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Sentenza

Per la Cassazione la fattispecie di lieve entità di cui all'art. 73, comma 5, del d.P.R. 9 ottobre 1990 n. 309 è caratterizzata dal fatto che il giudice è tenuto a valutare i
mezzi, le modalità e le circostanze dell'azione nonché la quantità e qualità delle
sostanze stupefacenti oggetto della condotta criminosa.-
Invece ai fini del riconoscimento della causa di non punibilità ex art. 131 bis cp devono invece essere considerate le modalità della condotta, il grado di colpevolezza da esse desumibile, l'entità del danno o del
pericolo, nonché il carattere non abituale della condotta.
Per la Cassazione la fattispecie di lieve entità di cui all'art. 73, comma 5, del d.P.R. 9 ottobre 1990 n. 309 è caratterizzata dal fatto che il giudice è tenuto a valutare i mezzi, le modalità e le circostanze dell'azione nonché la quantità e qualità delle sostanze stupefacenti oggetto della condotta criminosa.- Invece ai fini del riconoscimento della causa di non punibilità ex art. 131 bis cp devono invece essere considerate le modalità della condotta, il grado di colpevolezza da esse desumibile, l'entità del danno o del pericolo, nonché il carattere non abituale della condotta.
Cassazione Penale Sent. Sez. 3 Num. 26810 Anno 2023
Presidente: RAMACCI LUCA
Relatore: ZUNICA FABIO
Data Udienza: 04/04/2023
SENTENZA
sul ricorso proposto da
M.S. , nato a M. il 1.....,
avverso la sentenza del 14-04-2022 della Corte di appello di Palermo;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Fabio Zunica;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale dott.
Luigi Orsi, che ha concluso per l'inammissibilità del ricorso;
udito l'avvocato Diego Tranchida, difensore di fiducia del ricorrente, che ha
insistito per l'accoglimento del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del 4 novembre 2020, il Tribunale di Marsala, all'esito di rito
abbreviato, condannava S.M. alla pena di mesi 6 di reclusione e 800
euro di multa, in quanto ritenuto colpevole del reato di cui all'art. 73, comma 5,
del d.P.R. n. 309 del 1990, contestandosi in particolare all'imputato di avere
detenuto a fini di spaccio, all'interno del suo motociclo Honda, tre confezioni
contenenti cocaina, per un peso complessivo di 0,94 grammi, pari a 5,12 dosi
medie singole; fatto accertato in Marsala in data 2 aprile 2017.
Con sentenza del 14 aprile 2022, la Corte di appello di Palermo, in parziale
riforma della pronuncia di primo grado, concedeva all'imputato il beneficio della
sospensione condizionale della pena, subordinato alla prestazione di attività
lavorativa non retribuita presso un ente convenzionato, da individuare a cura
dell'U.E.P.E., per la durata di tre mesi, confermando nel resto.
2. Avverso la sentenza della Corte di appello siciliana, M., tramite il
proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione, sollevando quattro motivi.
Con il primo, la difesa contesta la conferma dell'affermazione della
responsabilità penale dell'imputato, evidenziando che la Corte territoriale ha
omesso di confrontarsi con le deduzioni difensive, con cui era stata rimarcata la
destinazione all'uso personale dello stupefacente sequestrato, in considerazione
del suo esiguo dato ponderale e dell'assenza di elementi sintomatici di
un'eventuale attività di spaccio, essendo stata conservata la droga in un luogo, il
vano sella del ciclomotore, di non immediata accessibilità per un'eventuale
cessione, in assenza peraltro di materiali per l'occultamento, di strumenti per la
pesatura, di denaro contante e di interazioni con potenziali compratori.
Con il secondo motivo, il ricorrente deduce l'erronea applicazione degli art.
27 Cost. e 533 cod. proc. pen. e la mancanza di motivazione in ordine alla
offensività En concreto della condotta contestata all'imputato: si osserva al
riguardo che l'accertamento tecnico eseguito dal Laboratorio di analisi del
Comando Provinciale dei CC di Palermo ha evidenziato che la quantità di cocaina
all'interno del materiale sequestrato è pari a 0,768 grammi, venendo così
superato di appena 0,018 grammi la soglia di quantitativo massimo detenibile,
pari a 0,750 grammi, incidendo ciò sull'offensività della condotta, anche in
ragione dei margini di incertezza presente in misurazioni del genere.
Con il terzo motivo, la difesa contesta la mancata applicazione della causa
di non punibilità ex art. 131 bis cod. pen., avendo la Corte di appello escluso,
con motivazione apodittica, la particolare tenuità del fatto, desumibile sia dagli
accertamenti svolti sulla sostanza che dalla modalità del fatto per cui si procede.
Con il quarto motivo, infine, oggetto di doglianza è la subordinazione della
sospensione condizionale della pena allo svolgimento di attività lavorativa non
retribuita, confliggendo tale statuizione sia con la previsione di cui all'art. 165
comma 2 cod. pen., difettando la condizione della precedente concessione della
sospensione condizionale della pena, sia con la previsione di cui all'art. 73
comma 5 bis del d.P.R. n. 309 del 1990, che, quale lex specialis rispetto all'art.
165 cod. pen., delinea in termini di alternatività i rapporti tra lavoro di pubblica
utilità e sospensione condizionale, prevedendo cioè che può applicarsi la prima
sanzione soltanto qualora non sia concedibile il beneficio ex art. 163 cod. pen.
CONSIDERATO IN DIRITTO
I primi due motivi sono manifestamente infondati, mentre il terzo e il quarto
sono meritevoli di accoglimento, nei limiti che saranno di seguito esposti.
1. Iniziando dai primi due motivi, suscettibili di trattazione unitaria perché tra
loro sovrapponibili, occorre evidenziare che la conferma del giudizio di
colpevolezza dell'imputato in ordine al reato di detenzione illecita di stupefacenti
a lui addebitato non presenta vizi di legittimità rilevabili in questa sede.
E invero le due conformi sentenze di merito, le cui argomentazioni sono
destinate a integrarsi reciprocamente per formare un apparato motivazionale
unitario, hanno compiuto un'attenta ricostruzione dei fatti di causa, richiamando
gli accertamenti compiuti dai Carabinieri del Nucleo operativo e radiomobile di
Marsala, i quali, il 2 aprile 2017, nell'ambito di un servizio di controllo che
portava all'arresto di S. D. D., nipote di S. M., rinvenivano
nella disponibilità di quest'ultimo, a seguito di perquisizione personale e
veicolare, sostanza stupefacente di tipo cocaina, del peso di 0,9642 grammi, da
cui erano ricavabili 5,12 dosi medie singole, con grado di purezza pari all'80%,
sostanza suddivisa in tre confezioni di cellophane saldate a caldo, occultate
all'interno del vano portaoggetti nel sottosella del motociclo di sua proprietà.
Poco prima della perquisizione, M. era stato osservato dagli operanti mentre
era presente nella zona senza essere intento a fare qualcosa di specifico, per poi
allontanarsi, al momento del controllo, a bordo del predetto ciclomotore (guidato
da tale S. K.), di cui veniva accertata la provenienza furtiva.
Nell'escludere la tesi difensiva dell'uso personale dello stupefacente, oltre che
dell'inoffensività del fatto, i giudici di merito hanno ragionevolmente valorizzato
l'elevato grado di purezza dello stupefacente (pari all'80%), il superamento del
limite indicato dal D.M. dell'Il aprile 2006 e il confezionamento frazionato della
sostanza, chiaro indice questo della sua destinazione allo spaccio, al pari
dell'occultamento della droga nel sottosella del ciclomotore e delle circostanze
dell'azione, per come riportate dai militari che hanno proceduto al controllo.
Legittimamente il fatto è stato ritenuto di lieve entità, qualificazione giuridica
questa che non esclude affatto, anzi presuppone, l'offensività della condotta.

1.1. Orbene, in quanto preceduto da una disamina razionale delle fonti
dimostrative disponibili (correttamente intese nel loro reale significato) e sorretto
da considerazioni non illogiche, il giudizio sulla rilevanza penale della detenzione
di droga da parte dell'imputato non presta il fianco alle censure difensive, che si
articolano nella sostanziale proposta di una lettura alternativa (e invero
frammentaria) del materiale istruttorio, operazione non consentita in questa
sede, dovendosi ribadire (cfr. Sez. 6, n. 5465 del 04/11/2020, dep. 2021, Rv.
280601 e Sez. 6, n. 47204 del 07/10/2015, Rv. 265482) che, in tema di giudizio
di cassazione, a fronte di un apparato argomentativo privo di profili di
irrazionalità, sono precluse al giudice di legittimità la rilettura degli elementi di
fatto posti a fondamento della decisione impugnata e l'autonoma adozione di
nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, indicati dal
ricorrente come maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità
esplicativa rispetto a quelli adottati dal giudice del merito.
Di qui la manifesta infondatezza delle censure in punto di responsabilità.
2. E' invece fondato il terzo motivo.
In via preliminare, occorre richiamare la condivisa affermazione di questa Corte
(cfr. Sez. 3, n. 18155 del 16/04/2021, Rv. 281572 e Sez. 4, n. 48758 del
15/07/2016, Rv. 268258), secondo cui, in tema di stupefacenti, la fattispecie di
lieve entità di cui all'art. 73, comma 5, del d.P.R. 9 ottobre 1990 n. 309 e la
causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto ex art. 131 bis cod. pen.
sono fattispecie strutturalmente e teleologicamente non coincidenti, atteso che.
mentre ai fini della concedibilità della prima, il giudice è tenuto a valutare i
mezzi, le modalità e le circostanze dell'azione nonché la quantità e qualità delle
sostanze stupefacenti oggetto della condotta criminosa, ai fini del riconoscimento
della causa di non punibilità devono invece essere considerate le modalità della
condotta, il grado di colpevolezza da esse desumibile, l'entità del danno o del
pericolo, nonché il carattere non abituale della condotta.
Ciò posto, deve osservarsi che la Corte territoriale, pur partendo da tale
premessa interpretativa, non ne ha tuttavia operato una corretta applicazione,
limitandosi a richiamare (pag. 4 della sentenza impugnata) le modalità del fatto,
senza tuttavia specificare perché e in quali termini le stesse dovevano essere
ritenute ostative a una qualificazione del fatto in termini di particolare tenuità.
In presenza di una motivazione sul punto sostanzialmente apparente, si impone
pertanto l'annullamento in parte qua della sentenza impugnata, con rinvio ad
altra della Corte di appello di Palermo ai fini di una più argomentata verifica circa
la sussistenza o meno dei presupposti applicativi dell'art. 131 bis cod. pen.
3. Anche il quarto motivo, invero subordinato al precedente, è meritevole di
accoglimento (nella sola prospettiva, ovviamente, dell'eventuale rigetto della
richiesta difensiva di riconoscimento della particolare tenuità del fatto).
Ed invero, nel concedere all'imputato la sospensione condizionale della pena, la
Corte di appello ha subordinato il beneficio, ai sensi dell'art. 165 comma 2 cod.
pen., alla prestazione di attività lavorativa non retribuita per la durata di tre mesi
presso un Ente convenzionato, da individuare a cura dell'U.E.P.E.
Orbene, la subordinazione del beneficio a tale obbligo non è immune da censure,
dovendosi richiamare l'affermazione di questa Corte (Sez. 4, n. 24891 del
23/03/2021, Rv. 281434), secondo cui, in tema di reati concernenti gli
stupefacenti, in caso di condanna per il reato di cui all'art. 73, comma 5, del
d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, è illegittima la subordinazione della sospensione
condizionale della pena alla prestazione di attività non retribuita in favore della
collettività ai sensi dell'art. 165, comma secondo, cod. pen., vigendo la disciplina
speciale dettata dal comma 5 bis dell'art. 73 del medesimo testo normativo che
stabilisce che non può irrogarsi la sanzione del lavoro di pubblica utilità, qualora
si conceda la sospensione condizionale della pena. L'art 73, comma 5 bis, che
costituisce lex specialis rispetto all'art. 165 cod. pen., configura dunque i rapporti
tra lavoro di pubblica utilità e sospensione condizionale della pena
esclusivamente in termini di alternatività, stabilendo che, ove si conceda
quest'ultima, non possa irrogarsi la sanzione del lavoro di pubblica utilità, tanto è
vero che uno dei presupposti indefettibili per l'applicazione della sanzione del
lavoro di pubblica utilità è proprio la non concedibilità del beneficio della
sospensione condizionale (cfr. Sez. 5, n. 11232 del 31/01/2019, Rv. 276032).
Si impone, pertanto, nel caso in esame, l'annullamento della sentenza
impugnato anche con riferimento alla subordinazione della sospensione
condizionale della pena alla prestazione del lavoro di pubblica utilità, con rinvio
per nuovo giudizio ad altra Sezione della Corte di appello di Palermo, al fine di
valutare se concedere all'imputato la sospensione condizionale della pena senza
alcuna subordinazione, e tanto alla luce delle risultanze del certificato penale
dell'imputato, nel quale, come riportato nella sentenza impugnata, è riportato un
unico e risalente precedente, avente ad oggetto la sola pena pecuniaria.
4. In conclusione, la sentenza impugnata deve essere annullata, in primo
luogo, limitatamente alla valutazione sulla applicabilità dell'art. 131 bis cod.
pen., e, in secondo luogo, in caso di eventuale verifica negativa su questo primo
aspetto, sulla subordinazione della sospensione condizionale della pena, con
rinvio per nuovo giudizio ad altra Sezione della Corte di appello di Palermo.
Nel resto il ricorso di M., stante la manifesta infondatezza delle censure in
punto di responsabilità, deve essere invece dichiarato inammissibile, risultando
pertanto irrevocabile, a prescindere dalle successive valutazioni circa la
particolare tenuità o meno del fatto, il giudizio sulla sussistenza del reato di
detenzione illecita di sostanze stupefacenti oggetto di imputazione.
• P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla valutazione sulla applicabilità
dell'art. 131 bis cod. pen., nonché sulla subordinazione della sospensione
condizionale della pena, con rinvio per nuovo giudizio alla Corte di appello di
Palermo. Dichiara inammissibile nel resto il ricorso.
Così deciso il 04/04/2023




Avv. Antonino Sugamele

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