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Sentenza

Il patteggiamento può essere esteso sino a comprendere le pene accessorie obbligatorie. Lo ha stabilito la riforma del Codice di procedura penale puntualizza la Cassazione con la sentenza n. 21177 della Quinta sezione, con la quale è stato considerato inammissibile il ricorso presentato dal Procuratore generale contro la pronuncia del Gip che aveva recepito l’accordo tra pubblico ministero e imputato per i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale, causazione dolosa del fallimento, bancarotta semplice, ricorso abusivo al credito.
Il patteggiamento può essere esteso sino a comprendere le pene accessorie obbligatorie. Lo ha stabilito la riforma del Codice di procedura penale puntualizza la Cassazione con la sentenza n. 21177 della Quinta sezione, con la quale è stato considerato inammissibile il ricorso presentato dal Procuratore generale contro la pronuncia del Gip che aveva recepito l’accordo tra pubblico ministero e imputato per i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale, causazione dolosa del fallimento, bancarotta semplice, ricorso abusivo al credito.
Corte di Cassazione Sezione 5  Penale  Sentenza  29 maggio 2024  n. 21177
Data udienza 24 aprile 2024
REPUBBLICA ITALIANA
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE QUINTA PENALE
Composta da:
Dott. MICCOLI Grazia Rosa Anna - Presidente
Dott. PISTORELLI Luca - Relatore
Dott. CUOCO Michele - Consigliere
Dott. CIRILLO Pierangelo - Consigliere
Dott. BIFULCO Daniela - Consigliere
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
Procuratore Generale presso Corte d'Appello di Brescia
nel procedimento a carico di:
Fa.Al. nato a S il (omissis)
avverso la sentenza del 23/11/2023 del Gip Tribunale di Mantova
udita la relazione svolta dal Consigliere Luca Pistorelli;
lette le conclusioni del Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore
generale Dott. Luigi Giordano, il quale ha richiesto l'annullamento senza rinvio della
sentenza limitatamente all'omessa applicazione delle pene accessorie fallimentari e
con rinvio per la determinazione della loro durata.
RITENUTO IN FATTO
1. Con la sentenza impugnata il Giudice delle Indagini Preliminari del Tribunale di
Mantova ha applicato ai sensi dell'art. 444 c.p.p. a Fa.Al. la pena da questi
concordata con il pubblico ministero per i reati di bancarotta fraudolenta
patrimoniale, causazione dolosa del fallimento, bancarotta semplice patrimoniale e
ricorso abusivo al credito.
2. Avverso la sentenza ricorre il Procuratore Generale della Repubblica presso la
Corte di Appello di Brescia deducendo inosservanza della legge penale. In tal senso il
ricorrente lamenta che il G.i.p. ha illegittimamente ritenuto di non irrogare
all'imputato le pene accessorie fallimentari sulla base di una prognosi positiva sulla
sua futura astensione dall'avviare attività imprenditoriale, nonostante l'applicazione
di tali sanzioni debba ritenersi obbligatoria e sottratta a qualsivoglia valutazione
discrezionale del giudicante.
3. Il difensore dell'imputato ha depositato memoria con la quale ha richiesto che il
ricorso del Procuratore Generale venga rigettato.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è inammissibile.
2. Secondo il consolidato orientamento formatosi prima dell'entrata in vigore del
D.Lgs. 10 ottobre 2022, n. 150, evocato dal PG ricorrente, deve ritenersi ammissibile
il ricorso per cassazione avverso una sentenza di patteggiamento cd "allargato" con
cui si censuri l'omessa applicazione di una pena accessoria, ove questa debba essere
obbligatoriamente disposta, a nulla rilevando che non se ne fosse fatta menzione
nell'accordo, trattandosi di una statuizione non negoziabile tra le parti (ex multis Sez.
3. n. 30285 del 19/04/2021, Shtogaj, Rv. 281858). E ciò in quanto, per altrettanto
consolidato insegnamento di questa Corte, nel caso di patteggiai mento di una pena
detentiva superiore ai due anni devono essere necessariamente applicate le pene
accessorie obbligatorie per legge (ex multis Sez. 4, n. 28905 del 11/06/2019, Orlandi,
Rv. 276374 - 01).
2.1 L'art. 25, comma 1, lett. a), n. 1) del citato decreto ha però modificato il primo
comma dell'art. 444 cod. proc. pen., aggiungendovi un inedito secondo periodo per
cui "L'imputato e il pubblico ministero possono altresì chiedere al giudice di non
applicare le pene accessorie o di applicarle per una durata determinata, salvo quanto
previsto dal comma 3-bis, e di non ordinare la confisca facoltativa o di ordinarla con
riferimento a specifici beni o a un importo determinato". In tal senso il legislatore
delegato ha inteso dare attuazione al criterio di delega formulato nell'art. 1, comma
10, lett. a), n. 1) della legge 27 settembre 2021, n. 134, il quale espressamente
aveva imposto di "prevedere che, quando la pena detentiva da applicare supera i
due anni, l'accordo tra imputato e pubblico ministero possa estendersi alle pene
accessorie e alla loro durata; prevedere che, in tutti i casi di applicazione della pena
su richiesta, l'accordo tra imputato e pubblico ministero possa estendersi alla
confisca facoltativa e alla determinazione del suo oggetto e ammontare".
Per come espressamente sottolineato nella Relazione illustrativa allo schema del
decreto legislativo menzionato, la finalità perseguita dalla riforma è indubbiamente
quella di stimolare l'accesso al rito alternativo, consentendo alle parti di far rientrare
nell'accordo anche le pene accessorie e la confisca facoltativa ed affermando così "la
piena negoziabilità del trattamento sanzionatorio penale nel suo complesso
considerato" (così Sez. U, n. 23400 del 27/01/2022, Boccardo, Rv. 283191 - 01),
dando seguito al precedente di identico segno rappresentato dall'art. 1, comma 4,
lett. d) della legge 9 gennaio 2019, n. 3, che aveva introdotto nell'art. 444 cod. proc.
pen. l'inedito comma 3-bis (che, come già ricordato, è stato espressamente
conservato dalle modifiche apportate dal decreto al comma 1 del citato art. 444), il
quale, ancorché limitatamente ai procedimenti per i reati contro la pubblica
amministrazione selezionati dalla norma, ha consentito all'imputato di subordinare la
propria richiesta alla "esenzione" dalle pene accessorie previste dall'art. 317-bis cod.
pen. ovvero all'estensione alle stesse della sospensione condizionale, ma con effetto
vincolante per il giudice.
2.3 La novella non impone peraltro alle parti di estendere il patteggiamento alle pene
accessorie ed alla confisca, ma attribuisce loro solo la facoltà di accordarsi in tal
senso, con la conseguenza che, qualora le parti nulla abbiano previsto in proposito
con il loro accordo, il giudice è tuttora tenuto ad applicare le pene accessorie
obbligatorie, rimanendo conseguentemente ammissibile in tal caso il ricorso per
cassazione finalizzato a censurare l'omessa applicazione delle suddette pene con la
sentenza (Sez. 3, n. 4768 del 09/01/2024, Blliku, Rv. 285748). Non di meno qualora le
parti si siano accordate per l'esclusione delle pene accessorie ovvero sulla loro
commisurazione, qualora il giudice ritenga in tale parte l'accordo non accoglibile,
dovrà rigettare il patteggiamento nella sua interezza e non potrà limitarsi a recepirlo
nella parte relativa alla pena principale negoziata.
3. Si pone dunque il problema di stabilire l'esatta estensione della disposizione
introdotta dalla novella ed in particolare è necessario interrogarsi se l'ampliamento
del potere negoziale delle parti riguarda tutte le pene accessorie ovvero solo quelle
la cui applicazione è rimessa alla decisione del giudice. Interrogativo che sorge in
ragione del fatto che la previsione dell'obbligo di applicare una determinata pena
accessoria potrebbe ritenersi idoneo a ridimensionare l'ambito dell'inedito potere
negoziale attribuito alle parti dalla riforma, alla luce del fatto che il novellato primo
comma dell'art. 444 cod. proc. pen. nulla specifica in merito.
Interrogativo che, secondo il Collegio, deve essere sciolto nel senso che rientra nel
suddetto potere negoziale delle parti anche l'applicazione delle pene accessorie
obbligatorie.
Infatti l'apparente ambiguità della nuova disposizione viene immediatamente
dissolta dal confronto con un altro dato testuale ricavabile dallo stesso secondo
periodo del primo comma dell'art. 444, nel quale la facoltà di negoziare con effetto
vincolante per il giudice anche sull'an e sul quantum della confisca viene
espressamente perimetrata alle ipotesi di confisca facoltativa. È dunque allora
evidente che la mancata espressa limitazione in senso analogo dell'accordo sulle
pene accessorie rivela l'intenzione del legislatore di consentire alle parti di accordarsi
di escludere anche quelle che devono essere altrimenti disposte obbligatoriamente.
Conclusione che trova conferma sul piano sistematico dal confronto con l'art. 445,
comma 1, cod. proc. pen., il quale vieta l'applicazione delle pene accessorie in caso
di patteggiamento ad una pena detentiva non superiore ai due anni e che per
consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità deve essere interpretato
nel senso per cui il suddetto divieto riguarda anche le pene accessorie obbligatorie
(Sez. 5, n. 10988 del 28/11/2019, dep. 2020, Agosta, Rv. 278882). In tal senso risulta
allora evidente la simmetria della scelta legislativa, tesa a parificare, attraverso il
ricorso a formule testuali identiche, l'effetto premiale nelle due forme di
patteggiamento, nell'ottica dell'incentivazione del ricorso anche a quello cd
"allargato".
4. Alla luce delle conclusioni raggiunte e fermo restando che le pene accessorie
fallimentari hanno natura obbligatoria, come agevolmente si desume dal testo della
disposizione, che non rimette in via ordinaria al giudicante alcuna scelta
discrezionale sulla loro applicazione (Sez. 5, n. 288 del 30/11/2010, dep. 2011,
Sorriso, Rv. 249503), deve rilevarsi come nel caso di specie l'imputato e il pubblico
ministero hanno espressamente concordato di chiedere al giudice di non applicarle al
Fa.Al., avvalendosi della facoltà loro attribuita dall'art. 444, comma 1, cod. proc. pen.
Ed in tal senso, nel recepire il legittimo accordo stipulato dalle parti, ha
doverosamente motivato sulle ragioni per cui ha ritenuto di accoglierlo anche in
riferimento a tale punto. Trattandosi dunque di clausola sanzionatoria che ha
legittimamente costituito oggetto del negozio processuale, ad alcuna delle parti è
consentito proporre ricorso per cassazione avverso la sentenza che tale negozio ha
recepito, non ricorrendo, per le ragioni esposte, l'ipotesi di pena illegale per
omissione paventata dal PG ricorrente.
5. Il ricorso deve dunque ritenersi inammissibile in quanto proposto fuori dai casi
consentiti dall'art. 448 comma 2-bis cod. proc. pen., oltre a risultare manifestamente
infondato.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso del procuratore generale.
Così deciso il 24 aprile 2024.
Depositato in Cancelleria il 29 maggio 2024.
Avv. Antonino Sugamele

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