Sentenza

Reati contro la famiglia. Autoriduce l'assegno di mantenimento della moglie e dei figli maggiorenni: possibile la pena alternativa
Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 30/10/2023) 22-11-2023, n. 46987
REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISCUOLO Anna - Presidente -

Dott. VILLONI Orlando - Consigliere -

Dott. GIORDANO E. Anna - rel. Consigliere -

Dott. CALVANESE Ersilia - Consigliere -

Dott. APRILE Ercole - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

A.A., nato a (Omissis);

avverso la sentenza del 25/11/2022 della Corte di appello di Napoli;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Emilia Anna Giordano;

letta la requisitoria del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto procuratore generale Raffaele Gargiulo, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;

lette le conclusioni del difensore della parte civile, avvocato Amodio Gabriele, che ha chiesto la conferma della sentenza impugnata e la liquidazione delle spese del grado.
Svolgimento del processo

1. A.A., chiede l'annullamento della sentenza con la quale la Corte di appello di Napoli ne ha confermato la condanna alla pena di anni uno di reclusione ed Euro seicento di multa per il reato di cui all'art. 570 c.p., comma 2, n. 2, per avere fatto mancare i mezzi di sussistenza alla moglie e ai due figli, mentre erano minorenni, non versando o versando parzialmente la somma stabilita a titolo di mantenimento con sentenza della Corte di appello del 26 aprile 2013. La Corte di merito, che ha confermato l'assorbimento nella fattispecie indicata del reato di cui all'art. 570-bis c.p. in relazione alle condotte commesse dopo che i figli, beneficiari del versamento, erano divenuti maggiorenni, ha confermato, altresì, le statuzioni civili, con condanna generica al risarcimento dei danni, da liquidare in separata sede, e al pagamento della provvisionale di Euro trentamila. Fin dal primo grado, l'imputato era stato assolto dal reato di cui all'art. 570 c.p., comma 1. 2. Con i motivi di ricorso, di seguito sintetizzati ai sensi dell'art. 173 disp. att. c.p.p. nei limiti strettamente indispensabili ai fini della motivazione il ricorrente denuncia:

2.1 erronea applicazione della legge processuale penale (art. 521 c.p.) perchè la condanna è intervenuta per fatto diverso da quello contestato, sia avuto riguardo alla contestazione originaria che alla modifica, operata dal Pubblico Ministero, che, a seguito della sentenza che aveva dichiarato la cessazione degli effetti civili del matrimonio, aveva modificato la contestazione in quella di cui al D.Lgs. n. 898 del 1980, art. 12-sexies. Le conclusioni della Corte di appello sono erronee poichè la contestazione originaria, relativa al reato di cui all'art. 570 c.p., comma 1, non consente di ravvisare continuità normativa con il reato di cui all'art. 570-bis c.p.;

2.2 illegalità della pena cumulativa inflitta, poichè la fattispecie di cui all'art. 570 c.p., comma 1, cui rinvia l'art. 12 sexies cit., è punita con la pena alternativa;

2.3. vizio di motivazione per contraddittorietà delle affermazioni della Corte di appello nella parte in cui, dapprima, ha richiamato il saldo attivo di depositi bancari e postali di cui la parte civile e i figli potevano usufruire (ascendenti a oltre 119.000 Euro nell'anno 2018) e, poi, ha ritenuto sussistente una condizione di bisogno dei beneficiari, per effetto del mancato versamento degli assegni.

3. Il ricorso è stato trattato con procedura scritta, ai sensi del D.L. 137 del 28 ottobre 2020, art. 23, comma 8, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 176 del 18 dicembre 2020, la cui disciplina continua ad applicarsi per effetto della proroga da ultimo disposta dal D.L. 22 giugno 2023 n. 75, art. 17.
Motivi della decisione

1. Il ricorso è fondato e, alla stregua delle precisazioni di seguito svolte sul punto della riqualificazione del fatto ai sensi dell'art. 570-bis c.p., la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio per la rìdeterminazione della pena.

2. Deve premettersi che è pacifica nella giurisprudenza di legittimità la nozione di "fatto diverso", riferita sia al fatto che, rispetto alla imputazione oggetto di contestazione, integri una imputazione diversa, restando esso invariato, sia al fatto che presenti connotati materiali difformi da quelli descritti nella contestazione originaria, rendendo così necessaria una precisazione nella ricostruzione degli elementi essenziali del reato.

Non è revocabile in dubbio che le condotte incriminate dall' art. 570 c.p., comma 2, n. 2 e quella di violazione degli obblighi di mantenimento, recati da una sentenza di divorzio (come nel caso in esame) di cui all'art. 12-sexies I. 898/1970, integrino condotte diverse sussumibili, in presenza di elementi strutturali non sovrapponibili, nell'una o nell'altra fattispecie delittuosa.

Il reato di cui all'art. 570 c.p., comma 2, n. 2, in particolare, sanziona -prevedendo la pena congiunta della reclusione e della multa- la condotta del genitore o coniuge che fa mancare al coniuge o ai figli minori i mezzi di sussistenza, determinandone uno stato di bisogno, mentre il reato di cui all'art. 12-sexies L. cit. fornisce tutela penale all'inadempimento dell'obbligo di natura economica imposto dal giudice civile ed è sanzionato con la pena alternativa di cui all'art. 570 c.p., comma 1.

La giurisprudenza di questa Corte, analizzando le fattispecie in esame con riferimento al principio di correlazione tra accusa e sentenza, ha, inoltre, chiarito, un lato, che non si ha violazione del principio di correlazione tra imputazione contestata e reato ritenuto in sentenza, nella ipotesi in cui l'imputato sia condannato per il reato di cui all'art. 12-sexies cit., in luogo di quello di cui all'art. 570 c.p., che figura nell'atto di accusa poichè, pur presentando le due ipotesi criminose presupposti ed elementi strutturali diversi, la condotta presa in considerazione dall'art. 12-sexies rientra nel più ampio paradigma di cui all'art. 570 c.p., comma 2, n. 2, essendo, nella prima ipotesi, sufficiente accertare il fatto della volontaria sottrazione all'obbligo di corresponsione dell'assegno determinato dal tribunale e non occorrendo, quindi (come riconosciuto dalla Corte costituzionale con sentenza n. 472 del 1989), che dall'inadempimento consegua anche il "far mancare i mezzi di sussistenza", elemento invece necessario ai fini della integrazione della seconda figura criminosa (Sez. 6, n. 7824 del 02/05/2000, Tuccitto, Rv. 220572). Tale principio è stato ribadito in conseguenza della modifica apportata dalla entrata in vigore dell'art. 570-bis c.p. sottolineando come tale riqualificazione sia prevedibile per l'imputato, non determinando la stessa una lesione dei diritti della difesa (Sez. 6, n. 26329 del 14/02/2019, B, Rv. 275989).

Non altrettanto può dirsi per l'ipotesi inversa, in presenza di elementi strutturali della condotta di cui all'art. 570 c.p., comma 2, n. 2 diversi costituiti dal far mancare i mezzi di sussistenza ai congiunti e dallo stato di bisogno.

In tale evenienza si è in presenza di una diversità del fatto accertato in giudizio rispetto al fatto contestato che deve essere rilevata a norma dell'art. 521 c.p.p., con conseguente ordine di trasmissione degli atti al pubblico ministero, vizio che, se non rilevato, può essere dedotto in appello e nel giudizio di cassazione.

Dall'inquadramento fin qui compiuto discende la fondatezza del primo motivo di ricorso in cui il rilievo del vizio di violazione di legge si gioca su l'applicazione di me questi principi, controversi e contestati fin dal primo grado dalla/ e imputato che aveva sostenuto che la contestazione ascritta all'imputato con il decreto di citazione e riportata in sentenza, pur richiamando formalmente la violazione dell'art. 570 c.p., comma 2, non faceva riferimento alla condotta di avere fatto mancare ai figli i mezzi di sussistenza e allo stato di bisogno dei congiunti ma al mancato adempimento degli obblighi recati dalla sentenza di divorzio, poichè l'imputato fin dal 26 aprile 2013, non aveva versato ovvero aveva versato parzialmente l'assegno a suo carico.

E' precisamente questo il tema sul quale la difesa dell'imputato si è svolta sia nel primo grado sia nel giudizio di appello e la conseguente denuncia del vizio della diversità del fatto per il quale il giudice, rispetto alla contestazione ascritta nel decreto di citazione, aveva pronunciato la sentenza di condanna, modifica affatto intervenuta con la contestazione del reato di cui alla L. 689 del 1990, art. 12-sexies, (all'udienza del 17 luglio 2017), e, posta tale precisazione, accettata dalla difesa.

La sentenza di primo grado ben descrive la disciplina del rapporto economico tra imputato e persone offese nel senso che con la sentenza di divorzio, intervenuta nell'anno 2012, era stato posto a carico dell'imputato il versamento della somma di Euro 2.200 mensili effettivamente corrisposta fino al maggio 2014, anche a seguito della sentenza di appello che, invece, aveva elevato la somma da corrispondere a quella di Euro 4.500, 00 mensili (1.500,00 per la moglie; mille per ciascuno dei figli), tenuto conto che la loro crescita aveva determinato un incremento delle spese per il loro mantenimento; che, a maggio 2014, l'imputato aveva ridotto l'assegno a Euro 700 per i tre ragazzi e la moglie cessando del tutto il pagamento dall'anno 2017.

Risulta evidente che la condanna per il reato di cui all'art. 570 c.p., comma 2, n. 2 - intervenuta in primo grado - non ha comportato una modifica meramente formale del fatto contestato sol che si rifletta che i pagamenti effettivamente corrisposti andrebbero, in ogni caso, verificati ai fini dell'accertamento dello stato di bisogno e calibrati sulla nozione di mezzi di sussistenza.

3.Cionodimeno, ad avviso del Collegio le condotte accertate - non contestate nella loro dimensione effettuale - devono, pertanto, riqualificarsi come delitto di cui all'art. 570-bis c.p. (già art. 12-sexies L. 689 del 1970), reato commesso in permanenza dall'anno 2013 alla data ((Omissis)), della sentenza di primo grado.

Tale riqualificazione risulta in linea con la contestazione ascritta; con la linea di difesa svolta dall'imputato in tutte le fasi del giudizio e con gli stessi motivi di ricorso non potendo, quindi, ritenersi che tale riqualificazione possa costituire un atto a sorpresa per l'imputato ricorrente.

L'istruttoria dibattimentale ha accertato, e il dato non è contestato con il ricorso, che l'imputato ha corrisposto alla ex moglie, fino a maggio 2014, la somma di Euro 2.400 mensili omettendo il pagamento dell'assegno posto a suo carico dalla Corte di appello (di Euro 4.5000,00 mensili); che da maggio 2014, ha ulteriormente ridotto il pagamento a 700 Euro mensili cessando del tutto i pagamenti a partire dall'anno 2017.

Dalla diversa qualificazione consegue che la sentenza impugnata, anche in accoglimento del secondo motivo di ricorso, deve essere annullata limitatamente al trattamento sanzionatorio con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di appello di Napoli.

4.E'infondato il terzo motivo di ricorso poichè, rispetto al mancato adempimento degli obblighi imposti, come ritenuto, risultano irrilevanti le disponibilità economiche del nucleo familiare.

5.Devono essere liquidate a favore delle parti civili, le somme indicate in dispositivo, in applicazione deli criteri di cui al D.M. n. 147 del 13 agosto 2022.
P.Q.M.

Riqualificato il fatto ai sensi dell'art. 570-bis c.p., annulla la sentenza impugnata limitatamente al trattamento sanzionatorio e rinvia per nuovo giudizio sul punto ad altra Sezione della Corte di appello di Napoli. Rigetta nel resto il ricorso. Condanna, inoltre, l'imputato alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute nel presente giudizio dalle parti civili B.B., C.C. e D.D., che liquida in complessivi Euro 6.075, oltre accessori di legge.

Dispone, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52 che sia apposta, a cura della cancelleria, sull'originale dèl, provvedimento, un'annotazione volta a precludere, in caso di riproduzione della presente sentenza in qualsiasi forma, l'indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi degli interessati riportati in sentenza. Così deciso in Roma, il 30 ottobre 2023.

Depositato in Cancelleria il 22 novembre 2023
Avv. Antonino Sugamele

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