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Sentenza

Le letture vietate e/o consentite in dibattimento e l’acquisizione “concordata” al fascicolo dibattimentale dei verbali di atti delle fasi precedenti.
Le letture vietate e/o consentite in dibattimento e l’acquisizione “concordata” al fascicolo dibattimentale dei verbali di atti delle fasi precedenti.
Le letture vietate e/o consentite in dibattimento e l'acquisizione “concordata” al fascicolo dibattimentale dei verbali di atti delle fasi precedenti.
Nell'ambito dell'attuale codice di procedura penale, gli artt. 511-515, cui si aggiungono anche gli artt. 500 e 503, disciplinano il sistema delle letture distinguendo tra letture “consentite”, previste dagli artt. 511, 511-bis, 512, 512-bis, 513 c.p.p. e le letture “vietate”, previste dall'art. 514 c.p.p..
Nonostante il processo penale si caratterizza per la distinzione tra la fase delle indagini preliminari e la fase dibattimentale, tecnicamente operante in virtù della formazione del doppio fascicolo, la disciplina delle letture consente il trasferimento di molteplici atti contenuti nel fascicolo delle indagini in quello per il dibattimento. Tale circostanza, tuttavia, non si pone in contrasto col principio del “contraddittorio” nella formazione della prova, previsto espressamente al comma 4 dell'art. 111 della Costituzione, in quanto lo stesso articolo, al comma 5, prevede alcune eccezioni che legittimano, a livello costituzionale, le norme del codice che statuiscono il recupero di atti ai fini probatori, formati nel corso della fase procedimentale tramite il meccanismo della lettura.
Pertanto, la lettura è uno strumento di acquisizione probatoria in quanto consente che  un atto, già conoscibile dal giudice, sia inserito nel fascicolo per il dibattimento, diventando utilizzabile ai fini della decisione. In tal senso, occorre sottolineare la distinzione tra “lettura-acquisizione” e “lettura-contestazione”, che vengono avanzate con modalità ed effetti diversi. La diversità sostanziale tra le due tipologie di letture è concretizzata, nel caso di lettura-contestazione, dalla circostanza che i verbali delle dichiarazioni contestate in dibattimento, allegati al fascicolo per il dibattimento, non hanno bisogno di un'ulteriore lettura acquisitiva, poiché la prova già risulta acquisita ritualmente; mentre nell'ipotesi di lettura-acquisizione, viceversa, i verbali delle dichiarazioni di cui agli artt. 511-513 c.p.p. vengono acquisiti tramite la lettura, accrescendo il contenuto del fascicolo per il dibattimento ai sensi dell'art. 515 c.p.p. . 
L'art. 514 del codice di rito, relativo alle letture “vietate”, puntualizza il carattere eccezionale delle disposizioni contenute nei precedenti articoli e il divieto generale di poter dare lettura dei verbali delle dichiarazioni rese dall'imputato, dalle persone indicate nell'art. 210 c.p.p. e dai testimoni nelle fasi precedenti al dibattimento, ad eccezione dei casi previsti dagli artt. 511, 512, 512-bis e 513 c.p.p.. Tale statuizione, quindi, conferma l'impossibilità di acquisizione probatoria di tutta la documentazione di attività eseguite o di dichiarazioni rese prima del dibattimento, che non è stata  inserita nel fascicolo per il dibattimento ex art. 431 c.p.p..  
Tuttavia, la tassatività originaria delle letture consentite è stata offuscata dall'introduzione di meccanismi consensuali di acquisizione di atti precedenti alla fase dibattimentale , con i quali le parti possono concordare l'acquisizione di atti contenuti nel fascicolo del Pubblico Ministero o del difensore. In merito la giurisprudenza ritiene, a fronte di una posizione dottrinale opposta, che la patologia dell'atto a natura probatoria può essere sanata dal mutuo consenso prestato dalle parti in relazione alla sua utilizzabilità . 
Inoltre, è opportuno rilevare l'inapplicabilità del divieto di lettura ex art. 514 c.p.p. nell'ambito del giudizio abbreviato, con particolare riferimento all'attività di documentazione delle attività compiute dalla polizia giudiziaria. Infatti, il divieto di lettura concerne il giudizio dibattimentale e non il giudizio abbreviato in quanto quest'ultimo, essendo definito “allo stato degli atti”, deve inevitabilmente utilizzare gli atti acquisiti legittimamente dagli organi inquirenti.
A completamento del quadro generale relativo alle letture consentite e vietate, si evidenzia che l'art. 515 c.p.p. prevede l'immissione nel fascicolo per il dibattimento anche dei verbali degli atti che sono stati oggetto di lettura e dei documenti ammessi ai sensi dell'art. 495 c.p.p., nonché del verbale di udienza, oltre che degli atti già inclusi ex art. 431 c.p.p. o ex art. 491 c.p.p.. 
Si rileva, inoltre, che non tutto ciò che è stato oggetto di “lettura” possa poi essere utilizzato, senza alcun limite, ai fini della decisione, in quanto non tutte le allegazioni al fascicolo dibattimentale equivalgono ad acquisizioni probatorie. Infatti, deve escludersi che l'acquisizione al fascicolo per il dibattimento ai sensi degli artt. 500 e 503 c.p.p. si estenda automaticamente all'intero documento dal quale viene estratta la dichiarazione ai fini della contestazione, salvo che lo stesso documento sia utilizzato interamente.
La legge n. 479 del 1999  ha introdotto una modalità alternativa di acquisizione della prova prevedendo un meccanismo di introduzione della prova, su base consensuale, che consiste nella possibilità per le parti di tramutare gli atti contenuti nel fascicolo del P.M. e la documentazione derivante dalle indagini difensive in prove utilizzabili ai fini della decisione.
È indubbio che la ratio della riforma valorizza il potere dispositivo delle parti in ordine al materiale probatorio, benché, al contempo, offusca il principio di separazione delle fasi del processo penale, con il veloce inserimento nel fascicolo dibattimentale di elementi raccolti precedentemente. 
Tale meccanismo di acquisizione degli atti è stato collocato nell'ambito della più ampia e generale categoria della “prova negoziata” quale fondamento delle deroghe al contraddittorio.
In particolare, l'istituto dell'accordo delle parti, attraverso il quale si consegue l'acquisizione degli atti formati nella fase precedente al dibattimento, è diretto alla realizzazione del principio di economicità processuale e trae ispirazione dal principio di “non contestazione”, secondo il quale non è necessario assumere, con le modalità proprie della fase dibattimentale, mezzi di prova il cui contenuto è indiscusso oppure che le parti non intendono assumere in sede dibattimentale.
In tal senso, è opportuno affermare che la scelta delle parti di non procedere all'assunzione dibattimentale dei mezzi di prova, sui quali si è raggiunto l'accordo, risponde ad una logica di strategia processuale, che non autorizza alcuna illazione sulla presa di posizione della parte in ordine al fatto.
Per quanto riguarda la disciplina, si osserva, innanzitutto, che ai fini dell'accordo è necessario il solo consenso delle parti che abbiano interessi confliggenti. Pertanto, le parti sono solo quelle che avrebbero potuto partecipare come contraddittori alla formazione della prova. 
In riferimento alle modalità del consenso, sembra conforme all'attuale sistema processuale l'orientamento secondo cui l'accordo è l'espressione di “un'attività defensionale tecnica” e può ricorrere senza la necessità di una procura speciale, di conseguenza può essere espresso legittimamente anche dal difensore dell'imputato. Inoltre, in merito alla questione concernente la validità di accordi c.d. “parziali”, che riguardano soltanto alcuni imputati coinvolti nella vicenda processuale, questa è stata risolta positivamente nel senso di ammettere la possibilità di accordi riguardanti solo alcuni degli imputati. Infatti, ogni singolo imputato può esprimere il proprio consenso all'utilizzabilità, solo nei propri confronti, della documentazione da cui ritiene possa trarre un beneficio dal punto di vista processuale. 
Sotto il profilo contenutistico, l'accordo può avere ad oggetto sia gli atti del fascicolo del P.M. che la documentazione relativa all'attività di indagine difensiva e si riferisce a qualsiasi tipo di atto precedentemente assunto, anche in forme differenti dal verbale. Per questo motivo, sembra opportuno ritenere che si debba fare riferimento soltanto alla possibilità di acquisire “singoli atti” precedentemente raccolti e non procedere all'acquisizione dell'intero fascicolo investigativo.
Il perfezionamento dell'accordo acquisitivo può avvenire in un momento differente a seconda che il procedimento preveda o meno l'udienza preliminare. Infatti, a fronte di un procedimento instaurato mediante citazione diretta, in cui è assente l'udienza preliminare, il termine iniziale per l'accordo relativo agli atti precedentemente formati interviene nell'ambito dell'udienza di comparizione. 
All'opposto, nel caso di procedimento con udienza preliminare, l'accordo probatorio può intervenire immediatamente dopo l'emissione del decreto che dispone il giudizio.
Il termine finale, invece, per esperire l'accordo può essere perfezionato anche nel corso o all'esito dell'istruttoria dibattimentale, secondo la normale dinamica processuale.
E' necessario segnalare la ricorrenza di altri tipi di accordi dibattimentali che riguardano l'acquisizione di singoli verbali di dichiarazioni, introdotti dalla legge sul “giusto processo” n. 63 del 2001 in riferimento alla prova dichiarativa, previsti rispettivamente dagli artt. 500, commi 3 e 7 e dall'art. 513, commi 1 e 2 del codice di rito. 
Per quanto riguarda il comma 3 dell'art. 500 c.p.p., riguardante le contestazioni nell'esame testimoniale, è prevista la possibilità di utilizzare, tramite il consenso, le dichiarazioni rese da colui che, durante l'esame testimoniale, si rifiuti di rispondere ad una delle parti. Il consenso garantisce in modo adeguato la parte, in quanto la stessa non può subire un pregiudizio dalla prova che si è formata senza la sua partecipazione dialettica. 
Il comma 7 prevede, invece, la possibilità di acquisire dichiarazioni formate precedentemente la fase dibattimentale, mediante accordo. Si tratta di verbali di dichiarazioni contenute nel fascicolo del P.M. fornite in precedenza dal teste, che presentano dei contenuti divergenti rispetto alle dichiarazioni rese in dibattimento. 
In tal modo, con l'accordo probatorio in parola si procede all'acquisizione di precedenti dichiarazioni anche al di là dei casi di inquinamento della libera volontà del testimone, previsti dai commi 4 e 5 dell'art. 500 c.p.p., superando i limiti stabiliti dal comma 2 dell'art. 500 c.p.p. che, in via generale, prevede l'uso delle letture contestative al solo fine di saggiare la credibilità del testimone. 
Diversamente, il consenso acquisitivo, previsto dall'art. 513 c.p.p., ai commi 1 e 2, riguarda le dichiarazioni rese dall'imputato o dai soggetti di cui all'art. 210 c.p.p. 
Il comma 1 dispone che, “il giudice, se l'imputato è assente ovvero rifiuta di sottoporsi all'esame, dispone, a richiesta di parte, che sia data lettura dei verbali delle dichiarazioni rese dall'imputato al pubblico ministero o alla polizia giudiziaria su delega del pubblico ministero o al giudice nel corso delle indagini preliminari o nell'udienza preliminare, ma tali dichiarazioni non possono essere utilizzate nei confronti di altri senza il loro consenso salvo che ricorrano i presupposti di cui all'articolo 500, comma 4” . Pertanto le dichiarazioni rese dall'imputato durante le fasi precedenti al p.m., alla polizia giudiziaria delegata ed al giudice possono essere lette e diventano utilizzabili nei confronti dello stesso dichiarante; tuttavia, le medesime dichiarazioni non possono essere utilizzate nei confronti di altri imputati senza che sia intervenuto il loro consenso, ferma restando l'ipotesi di “provata condotta illecita” ai sensi del comma 4 dell'art. 500 c.p.p.. 
Il comma 2 dell'art. 513 c.p.p. prevede, invece, l'ipotesi di lettura di dichiarazioni rese precedentemente dagli imputati di procedimenti connessi e disciplina situazioni diverse tra loro. 
In via generale, nei casi disciplinati dall'art. 513 c.p.p., si deve ritenere ammissibile l'accordo solo qualora sussista la volontà, anche implicita, da parte dell'imputato ed esplicitamente espressa da parte del soggetto di cui all'art. 210 c.p.p., di avvalersi della facoltà di non rispondere. In concreto, solo un'interpretazione in tal senso giustifica la collocazione sistematica di tali disposizioni nell'ambito di un contesto normativo, nel quale è già presente l'istituto dell'acquisizione concordata di atti formati in fasi predibattimentali.
L'art. 507, comma 1-bis, c.p.p. statuisce che il giudice può, se lo ritiene assolutamente necessario, disporre l'acquisizione degli atti già assunti al fascicolo per il dibattimento in virtù degli artt. 431, comma 2, e 493, comma 3, c.p.p. per accordo tra le parti.
E' evidente che tale facoltà attribuita al giudice è diretta ad eludere “lacune probatorie” nel contesto dell'istruzione dibattimentale. Dal punto di vista operativo, il giudice può legittimamente procedere all'assunzione d'ufficio delle prove relative agli atti oggetto di acquisizione concordata tra le parti dopo che sia terminata l'acquisizione delle prove e solo se risulta assolutamente necessario. 
In proposito, nell'ipotesi in cui si proceda all'acquisizione officiosa, è necessario rilevare una questione relativa ai criteri di valutazione da utilizzare a fronte di una “duplice” formazione probatoria: da un lato, la prova che si è plasmata con le modalità proprie del dibattimento, dall'altro, la prova “negoziata” dalle parti. In tal senso, deve escludersi una qualsiasi forma di “gerarchia” probatoria, vale a dire che tutte concorrono alla formazione del libero convincimento del giudice.
Ulteriore argomento, invece, riguarda la possibilità o meno per le parti di esercitare il proprio diritto alla prova in relazione agli atti che sono stati già acquisiti in via consensuale. Ad esempio, l'ipotesi in cui si richieda l'escussione di un soggetto le cui dichiarazioni sono state già acquisite al fascicolo dibattimentale. In merito la giurisprudenza ha ammesso il pieno diritto alla prova in capo alle parti anche dopo aver concluso l'accordo acquisitivo, ed anche relativamente agli atti acquisiti consensualmente. In proposito, tuttavia, il giudice deve tenere in considerazione, alla luce dei parametri di ammissibilità stabiliti ex artt. 190 e 495, comma 1, c.p.p., anche degli atti delle indagini che sono stati già acquisiti al fascicolo per il dibattimento mediante consenso tra le parti e   deve procedere all'esclusione, per manifesta superfluità o irrilevanza, di quegli atti probatori che rappresentano una mera ripetizione di atti già pienamente utilizzabili, per effetto dell'accordo, ai fini della decisione.

 
La disciplina dell'art. 513 del codice di procedura penale.
La collocazione dell'art. 513 del codice di rito nell'ambito del capitolo sul consenso dell'imputato si riferisce, da un lato, alla circostanza che la lettura delle dichiarazioni fornite dall'imputato nella fase precedente al dibattimento è correlata alla “scelta” dello stesso di non partecipare all'udienza dibattimentale o al suo contraddittorio; dall'altro, il meccanismo di lettura delle precedenti dichiarazioni è congiunta all'esercizio dello “ius tacendi” dell'imputato, sempre che intervenga l'accordo delle parti.
Peraltro, la norma incide palesemente sui principi del “giusto processo”, in particolare, con l'esigenza di tutelare il contraddittorio tra le parti nella formazione della prova, escludendo, di regola, gli atti che si sono formati nella fase predibattimentale dal materiale probatorio utilizzabile per la decisione; dall'altra, con l'esigenza di un bilanciamento tra il contraddittorio inteso quale diritto dell'imputato di confrontarsi con la fonte dichiarativa accusatoria e il diritto al silenzio.
Proseguendo l'analisi dell'art. 513 c.p.p., è interessante individuare le varie tappe del tormentato percorso sostenuto dall'articolo in parola, lungo l'arco temporale intercorrente dall'entrata in vigore del nuovo codice nel 1989 fino alla legge di riforma n. 63 del 2001, attuativa dei principi del “giusto processo” nell'ambito della disciplina codicistica.
Dal testo originario dell'art. 513, in particolare nei due commi, si enucleavano due fattispecie differenti: 
•	Il comma 1 permetteva, su richiesta di parte, la lettura dei verbali delle dichiarazioni rese dall'imputato al P.M. o al giudice durante le indagini preliminari o l'udienza preliminare nel caso di contumacia, di assenza o di rifiuto di sottoporsi all'esame. Tale lettura consentiva l'automatica acquisizione al fascicolo per il dibattimento delle dichiarazioni rese in precedenza, le quali potevano essere utilizzate sia per se che erga alios. 
•	Il comma 2, consentiva, sempre su richiesta di parte, la lettura dei verbali delle dichiarazioni rese dai soggetti ex art. 210 c.p.p. solo qualora non si fosse potuta ottenere la presenza del dichiarante in udienza, anche dopo aver disposto l'accompagnamento coattivo, l'esame a domicilio o la rogatoria internazionale senza alcun risultato. La lettura non era ammissibile se il coimputato fosse comparso e avesse esercitato lo ius tacendi riconosciuto dall'art. 210, comma 4, c.p.p..
Successivamente, la legge n. 267 del 1997 ha riformato il testo originario della norma nel tentativo di ripristinare i principi di oralità e del contraddittorio, le cui violazioni avevano suscitato non pochi dubbi e perplessità. In tal senso, il legislatore ha esposto una posizione decisamente in contrasto rispetto a quella perorata dalla Consulta nella sentenza n. 254 del 1992, operando una chiara circoscrizione del meccanismo acquisitivo della lettura. In particolare: 
•	il novellato comma 1 prevedeva che, nel caso di rifiuto da parte dell'imputato di sottoporsi all'esame, le precedenti dichiarazioni contra se fossero sempre utilizzabili ai fini della decisione, mentre, se le dichiarazioni fossero state contra alios, era sempre necessario il consenso delle parti.
•	il comma 2, nella sua nuova formulazione stabiliva, nel caso di imputato in un procedimento connesso o collegato che si sia sottratto al contraddittorio, la non acquisibilità delle precedenti dichiarazioni mediante lettura, salvo il consenso delle parti.
•	Il comma 3 prevedeva che l'unica eccezione si potesse realizzare solo nel caso di dichiarazioni raccolte nel corso dell'incidente probatorio o dell'udienza preliminare nella forma dell'esame incrociato di cui agli artt. 498 e 499 c.p.p., essendo garantito il contraddittorio con la difesa, trattandosi di dichiarazioni acquisite alla presenza del difensore dell'imputato.
Tuttavia, la Corte costituzionale è intervenuta, nuovamente, con la sentenza n. 361 del 1998, censurando, in sostanza, il meccanismo consensuale introdotto dalla riforma del 1997, ritenuto irragionevole ed incoerente, poiché rimesso alla concorrente volontà dell'imputato in procedimento connesso e della parte processualmente interessata ad impedire l'acquisizione e l'utilizzazione delle precedenti dichiarazioni e la loro esclusione dal patrimonio di conoscenza del giudice.
Così, sulla scia della pronuncia della Consulta, il legislatore si è adoperato per inserire nell'ambito della disciplina normativa del codice i principi del “giusto processo”. In tal senso, l'attuazione dei valori del “giusto processo” è stata soddisfatta dalla c.d. “legge sul giusto processo”.
Nello specifico, la legge n. 63 del 2001 è intervenuta sull'art. 513 c.p.p. nel tentativo di uniformare la sua disciplina a quella degli artt. 210, 500 e 503. 
Per quanto riguarda il comma 1, il sistema delle letture di dichiarazioni nel caso di rifiuto, contumacia o assenza dell'imputato è rimasto essenzialmente immutato, ad eccezione dell'inserimento, nell'ultima parte del comma, di una clausola di salvaguardia “salvo che ricorrano i presupposti di cui all'art. 500, comma 4”, la quale persegue il fine di rendere valida erga alios la lettura delle dichiarazioni rese dall'imputato al P.M. o alla polizia giudiziaria non soltanto nei confronti dei coimputati che prestino il loro consenso, ma anche nel caso in cui emergano elementi concreti tali da desumere che il coimputato sia stato sottoposto a violenza, minaccia, od offerta di denaro per non esperire l'esame.
Il comma 2, rispetto alla precedente formulazione, subisce una delimitazione della disciplina ivi contenuta, infatti, ad oggi, è applicabile solo alle persone imputate in un medesimo reato nei cui confronti si procede o si è proceduto separatamente e che “non possono assumere l'ufficio di testimone” .
Riepilogando, l'adeguamento dell'art. 513 c.p.p. ai principi del “giusto processo” comporta che le dichiarazioni rese in precedenza nella fase delle indagini ed acquisite nel fascicolo per il dibattimento, da parte di chi si sia volontariamente sottratto all'esame dell'imputato o del suo difensore sono valutate ai fini della credibilità del teste. Tali dichiarazioni possono essere utilizzate ai fini della decisione qualora il dichiarante sia stato sottoposto a violenza, minaccia, offerta o promessa di denaro o altra utilità per non esperire all'esame. Da ultimo, per le dichiarazioni del fascicolo dibattimentale, già valutate per le decisioni, si applicano, nel giudizio in Cassazione, le norme sulla valutazione delle prove vigenti al momento delle decisioni stesse.
Il comma 1 dell'art. 513 del codice di rito autorizza, al ricorrere di determinati presupposti, la lettura in dibattimento dei verbali contenenti le dichiarazioni rese dall'imputato nella fase antecedente al dibattimento, ciò implica l'automatica acquisizione delle medesime dichiarazioni con valenza probatoria. 
La lettura è condizionata alla richiesta di parte e al verificarsi di una condizione aggiuntiva e alternativa: 
•	la contumacia, art. 420-quater c.p.p.;
•	l'assenza, art. 420-quinquies c.p.p.; 
•	il rifiuto dell'imputato di sottoporsi all'esame, richiesto dall'interessato o dalla controparte. 
Nel caso di rifiuto di sottoporsi all'esame, richiesto dal P.M., da parte dell'imputato, è legittima la lettura dei verbali contenenti le dichiarazioni rese nelle indagini preliminari, come previsto dall'art. 513, comma 1, c.p.p., oltre al rilascio di dichiarazioni spontanee. In tal caso, però, è preclusa la successiva reiterazione della richiesta di esame avanzata dallo stesso imputato. 
Inoltre, l'articolo in esame solleva non poche questioni interpretative legate, in particolare, all'evenienza del rifiuto dell'imputato di sottoporsi all'esame.
I primi dubbi si sono manifestati sulla disciplina applicabile al caso in cui l'imputato si rifiuti di sottoporsi al controesame di una delle parti in giudizio (P.M., parte civile, difesa di un altro coimputato). 
I fautori di un'interpretazione letterale restrittiva sostengono la non applicabilità dell'art. 513, comma 1, c.p.p., in quanto ad essere rifiutato non è l'esame, ma una fase di esso. Inoltre, lo stesso articolo o l'art. 503 c.p.p. non contengono alcun rinvio al comma 3 dell'art. 500 c.p.p., che disciplina il caso del rifiuto del testimone di sottoporsi al controesame. 
Invero, sembra più condivisibile un'interpretazione estensiva, slegata dal mero significato letterale, che consente l'applicabilità dell'art. 513, comma 1, c.p.p. anche al caso in cui il rifiuto dell'imputato riguardi il solo controesame del P.M. o del difensore del coimputato. Difatti, dall'articolo in parola è possibile scorgere che l'oggetto del rifiuto non è tanto l'esame o il controesame, quali momenti distinti dell'esame incrociato, quanto, piuttosto, il contraddittorio posto in essere con la controparte.
Un'altra problematica si pone in relazione al possibile rifiuto da parte dell'imputato di sottoporsi a singole domande. In proposito, a sostegno dell'applicabilità dell'art. 513, comma 1, c.p.p., si sostiene che, se la lettura delle dichiarazioni precedenti è ammessa quando l'imputato rifiuta di sottoporsi all'esame, a fortiori la lettura deve essere ammessa quando lo stesso imputato si rifiuta di rispondere ad una o più domande. 
In riferimento al recupero dei verbali di dichiarazioni rese in altro procedimento, la dottrina ritiene che sia necessaria una disciplina apposita prevista, appunto, dagli artt. 238 e 238-bis c.p.p.. Di conseguenza, l'art. 513 c.p.p. non è applicabile in quanto si riferisce alle dichiarazioni contenute nei verbali di interrogatorio dell'imputato rese nel corso delle indagini preliminari o dell'udienza preliminare del medesimo procedimento. 
La giurisprudenza, invece, approva la lettura e l'utilizzabilità dei verbali di dichiarazioni rese in altro procedimento, giacché la ratio degli artt. 238, comma 3 e 511-bis c.p.p. risulta identica a quella dell'art. 513 c.p.p., consistente nel rendere utilizzabili le dichiarazioni rese dall'imputato qualora lo stesso si rifiuti di sottoporsi all'esame, comportando un'ipotesi di impossibilità sopravvenuta dell'atto che si vuole superare col meccanismo della lettura.
Per quanto concerne l'utilizzabilità delle dichiarazioni inserite nel fascicolo del difensore, la disciplina, prevista dall'art. 391-decies, comma 1, c.p.p., rinvia all'art. 513 c.p.p.. In realtà, tale richiamo sembra essere riferito solo al comma 2 dell'articolo in esame, in quanto l'art. 391-bis, commi 5 e 7, permette al difensore di ricevere dichiarazioni da altri imputati o indagati, ma non di assumere informazioni dal proprio assistito. 
Il regime di utilizzabilità delle dichiarazioni dell'imputato acquisite tramite lettura comporta, ai sensi del comma 1 dell'art. 513 c.p.p., la piena utilizzabilità contra se e l'utilizzabilità contra alios condizionata al consenso della parte interessata. Ne consegue che sull'imputato pendono gli effetti probatori di quanto dichiarato nella precedente fase predibattimentale. In tal senso, infatti, il principio del contraddittorio nella formazione della prova tutela la parte che non ha partecipato all'escussione della prova, non precludendo, tuttavia, l'utilizzabilità degli atti formati precedentemente dall'imputato verso se medesimo. 
In proposito, occorre evidenziare una correlazione con gli avvisi previsti all'art. 64, comma 3, lett. a) e b), c.p.p.. Infatti, nell'ambito dell'interrogatorio, l'indagato è preventivamente avvisato che le dichiarazioni eventualmente rese saranno utilizzabili contro di lui e della possibilità di avvalersi della facoltà di non rispondere. L'omissione di tali avvisi, o anche solo di uno, implicherà l'inutilizzabilità delle dichiarazioni rese nel contesto dell'interrogatorio.
Inoltre, il consenso deve essere integrale, ossia riguardare l'intero atto, in quanto la ratio dell'istituto è quella di compensare la mancanza di legittimazione giudiziale dell'atto assunto senza la garanzia del contraddittorio. Infatti, una dichiarazione resa nella fase predibattimentale non può essere utilizzata contro l'imputato se il suo difensore non ha avuto la possibilità di controesaminare colui che l'ha fornita, in violazione del contraddittorio.
L'inutilizzabilità delle dichiarazioni contra alios rese dall'imputato, salvo il caso in cui vi sia il consenso dell'interessato, presenta due eccezioni: 
•	la prima, introdotta dalla riforma del 2001, riguarda l'inciso  contenuto nel comma 1 dell'art. 513 che accorda la lettura e l'utilizzabilità delle dichiarazioni contra alios a prescindere dal consenso della parte interessata, nel caso in cui l'imputato, avvalendosi della facoltà di non rispondere, sia sottoposto, in realtà, a minacce o sia corrotto. 
Per l'accertamento della entità della condotta illecita esercitata sull' imputato che si rifiuti di rispondere in dibattimento, la giurisprudenza sostiene che sia sufficiente “un seme di prova”, connotato dai requisiti di “precisione, obiettività e significatività”. In tal caso, pur mancando un rinvio espresso, deve trovare applicazione anche il procedimento incidentale di accertamento ex art. 500, comma 5 c.p.p.. 
•	L'altra eccezione, prevista dall'art. 513, comma 3 c.p.p. , prevede che la lettura è sempre ammessa per le dichiarazioni rese nel corso dell'incidente probatorio e, ai sensi dell'art. 514, comma 1, c.p.p., le dichiarazioni rese dall'imputato nell'udienza preliminare assunte con le forme dell'esame incrociato di cui agli artt. 498 e 499 c.p.p. alla presenza dell'imputato o del suo difensore. 
Chiaramente, si tratta di dichiarazioni, c.d. garantite, acquisite in presenza della controparte.

Il comma 2 dell'art. 513 c.p.p. fa riferimento alle persone indicate nell'art. 210, comma 1, c.p.p., ossia gli imputati in procedimento connesso , nei confronti dei quali si procede o si è proceduto separatamente, e non possono assumere l'ufficio di testimone. 
In sostanza, sono soggetti coimputati nel medesimo reato nei cui confronti non sia stata pronunciata sentenza definitiva di proscioglimento, di condanna o di patteggiamento. Difatti, il coimputato giudicato con una sentenza irrevocabile, può assumere la veste di testimone .
Ai sensi dell'art. 197, comma 1, lett. b), c.p.p., i coimputati non assumono la veste di testimoni in presenza di due condizioni: 
•	qualora non abbiano reso “dichiarazioni su fatti concernenti la responsabilità di altri”,  
•	nel caso in cui non sia stato emesso nei loro confronti un provvedimento irrevocabile. 
In tal caso, si deve applicare analogicamente la disciplina racchiusa nell'art. 513, comma 2, c.p.p., in quanto tali soggetti fanno parte della categoria dei coimputati che non possono assumere l'ufficio di testimone.
Da ultimo, il comma 2 prevede che il giudice deve tentare tutte le possibilità di intervento coatto di queste persone al dibattimento, in quanto solo l'impossibilità di ottenere la presenza del dichiarante in udienza consente il ricorso alle letture. Infatti, a seguito dell'infruttuosa attivazione delle procedure previste per assicurarne l'esame, il giudice può disporre, a richiesta di parte, la lettura delle precedenti dichiarazioni, sottoposta alla condizione che la non ripetibilità delle dichiarazioni dipenda da “fatti o circostanze imprevedibili” al momento della dichiarazione. 
Una volta vagliati tutti i requisiti richiesti dalla norma, si procederà legittimamente alla lettura delle dichiarazioni, che diventeranno utilizzabili a prescindere dal consenso delle parti. 
I verbali soggetti ad acquisizione mediante lettura ai sensi del comma 2 sono determinati in riferimento alla disposizione ex art. 513 c.p.p., comma 1. 
Infine, se il coimputato si avvale della facoltà di non rispondere, sarà ammissibile la lettura delle dichiarazioni precedentemente rese al difensore di un altro coimputato e l'utilizzabilità delle stesse sarà assoggetta al meccanismo del consenso.
Il comma 2 dell'art. 513 statuisce che, qualora il dichiarante ex art. 210 c.p.p., sottoposto ad esame, si avvale della facoltà di non rispondere, il giudice potrà disporre la lettura dei verbali delle precedenti dichiarazioni soltanto tramite l'accordo tra le parti. Pertanto, in tale ambito, è operante un generale divieto di lettura superabile soltanto con il consenso delle parti interessate. 
Inoltre, l'esercizio dello ius tacendi da parte del coimputato non determina un'ipotesi di impossibilità sopravvenuta allo svolgimento dell'esame dibattimentale . 
La lettura e l'utilizzazione delle dichiarazioni rese nella fase predibattimentale è vietata, qualora il coimputato ex  art. 210 c.p.p. si avvale della facoltà di non rispondere. 
In tal senso, l'accordo tra le parti è, allo stesso modo, eccezione al divieto di lettura, in caso di sottrazione al contraddittorio da parte del coimputato, e presupposto di utilizzabilità delle dichiarazioni rese precedentemente da tale soggetto. 
Dall'esame del testo del comma 2 dell'art. 513 c.p.p., si evince la necessità dell'accordo delle parti e non il mero consenso delle parti come previsto al comma 1. Inoltre, la ratio della norma fa intendere che il consenso debba essere espresso dalla parte che vi abbia interesse. Pertanto, deve essere concesso da una parte interessata, anche indirettamente, dalle dichiarazioni di cui si chiede la lettura. Per tale motivo, non può rilevare il dissenso di un soggetto nei cui confronti la dichiarazione non abbia alcuna rilevanza o sia indifferente. 
Nell'eventualità di processi cumulativi, in cui il consenso sia prestato solo da alcuni imputati e non da altri, si è sostenuto che la lettura e l'utilizzabilità delle dichiarazioni sia soggettivamente limitata. 
Altro problema riguarda il caso in cui, nonostante l'imputato abbia prestato il consenso, il P.M. dissente alla lettura delle dichiarazioni liberatorie rese dal coimputato. In questo caso, soccorre il principio del favor rei che conduce a ritenere non necessario il consenso del pubblico ministero, il quale non può essere titolare di un potere di veto alla lettura delle dichiarazioni liberatorie a fronte del consenso dell'imputato, superando, così, il rigido dato letterale richiedente l'accordo delle parti. Di recente, la giurisprudenza di merito ha sostenuto che all'accordo di cui al comma 2 non devono partecipare le parti private diverse dall'imputato (come la parte civile, il responsabile civile o il civilmente obbligato). 
Dunque, al fine di acquisire un verbale di dichiarazioni rese da un soggetto indicato nell'art. 210 c.p.p., che, in dibattimento, si avvale della facoltà di non rispondere, è necessario e sufficiente l'accordo espresso dall'imputato e dal pubblico ministero. 
Come per il comma 1 dell'art. 513 c.p.p., anche per il comma 2 è prevista l'eccezione al divieto di lettura delle c.d. “dichiarazioni garantite”, ossi delle precedenti dichiarazioni raccolte nei verbali di incidente probatorio oppure dell'udienza preliminare, nelle forme dell'esame incrociato.
E' interessante segnalare che, a differenza del comma 1, nel comma 2 dell'art. 513 c.p.p. non è previsto alcun rinvio al comma 4 dell'art. 500 c.p.p. per consentire il superamento del meccanismo consensuale e operare comunque la lettura, nel caso in cui il coimputato, soggetto ad una condotta illecita, si avvale nel corso dell'esame della facoltà di non rispondere. 
In proposito, è l'art. 210 c.p.p. che consente l'operatività del regime di cui al comma 4 dell'art. 500 c.p.p. anche in relazione al comma 2 dell'art. 513 c.p.p.. 

L'art. 526, comma 1 bis, c.p.p. e la deroga al contraddittorio per “consenso dell'imputato”. 

Il comma 1-bis dell'art. 526 c.p.p. è stato introdotto dalla legge sul “giusto processo” n. 63 del 2001, recuperando il contenuto del comma 4 dell'art. 111 Costituzione. 
Fin da subito, è opportuno osservare che entrambe le norme fanno riferimento alla volontaria sottrazione del dichiarante/accusatore al contraddittorio, quale principio su cui si regola la formazione della prova e la prova della colpevolezza. 
In ordine alla norma costituzionale in parola, due diverse correnti di pensiero sostengono che da essa si possa ricavare una regola di esclusione probatoria di natura soggettiva oppure un generale criterio legale  di giudizio. Chiaramente, nel primo caso, il giudice non può prendere in considerazione un elemento che, in quanto tale, non può essere acquisito al processo; mentre, nel secondo caso, il giudice ha l'obbligo di prenderlo in considerazione, per plasmare il suo convincimento .
E' conforme col dettato costituzionale e, in particolare, col comma 4 dell'art. 111 Cost., l'interpretazione che riconosce nella clausola, di cui al secondo periodo, una regola di esclusione probatoria, in quanto, da un lato, evita a priori l'inserimento di atti nel fascicolo dibattimentale, dall'altro, implica l'eliminazione dallo stesso degli atti probatori che non risultano dalla dialettica tra le parti. Peraltro, la norma costituzionale è collocata, nell'ambito del codice, all'interno dell'art. 526 c.p.p., rubricato “prove utilizzabili ai fini della deliberazione”, e si riferisce alla essenziale presenza di un nesso funzionale che deve sussistere tra la legittimità della prova e la sua utilizzabilità nel processo ai fini della decisione. Così, il principio costituzionale del contraddittorio assume pieno rango di regola processuale a cui attenersi e al quale dover conformare la legge ordinaria. 
Nell'ambito dell'articolo 526, comma 1-bis c.p.p., rileva l'inciso “per libera scelta” in funzione rafforzativa dell'avverbio “volontariamente” , la cui formula non sta ad indicare il riconoscimento costituzionale del diritto al silenzio sul fatto altrui, ma, piuttosto, presume che il riluttante atteggiamento dell'accusatore non sia il risultato di intimidazioni o coartazioni. 
Questa interpretazione è confermata, da un lato, dall'esigenza di evitare l'inutilizzabilità delle dichiarazioni precedentemente rese dal soggetto renitente sottoposto a condotta illecita; dall'altro, la libera scelta non significa anche scelta lecita, infatti la commissione di un reato è il risultato di una scelta libera ma non lecita. 
In relazione al suddetto inciso, l'onere della prova sulla sua sussistenza sarebbe a carico della difesa quale parte interessata a far valere il divieto. In tal senso, qualora dovesse persistere il dubbio sulla libertà o meno della scelta, la dichiarazione potrà essere utilizzata anche a sfavore dello stesso. 
In tale ottica, l'interpretazione dell'inciso “per libera scelta” va eseguita sistematicamente in correlazione al primo periodo del commi 4 e al comma 5 dell'art. 111 Cost. 
In particolare, il comma 4, periodo iniziale, statuisce la regola generale in tema di assunzione della prova, escludendo la valenza di atti che sono state assunti in precedenza in maniera unilaterale. Il comma 5, invece, stabilisce in maniera tassativa quali sono le deroghe a tale regola. Da ultimo, in virtù del secondo periodo del comma 4 dell'art. 111 Cost., la condotta elusiva, come il rifiuto di rispondere e l'assenza causata intenzionalmente, del controesame difensivo del soggetto che rende dichiarazioni accusatorie verso altri, determina la sanzione dell'inutilizzabilità probatoria delle precedenti dichiarazioni erga alios, salvo che la sottrazione sia involontaria oppure causata da coartazione o collusione. 
Inoltre, per far valere la sussistenza delle deroghe al contraddittorio, occorre comprovarne i presupposti. In tal senso, ai sensi dell'art. 111, comma 5, ultima parte, è onere del P.M. o della parte civile dimostrare l'esistenza di condotte di costrizione. L'eventuale assenza di prova determina la presunzione di libertà della scelta e le precedenti dichiarazioni non potranno essere acquisite al fascicolo per il dibattimento. 
L'avverbio “sempre” contenuto nel testo della norma, promuove l'esigenza che la libera scelta di sottrarsi al contraddittorio con l'accusato deve perdurare per tutto il procedimento penale, fino all'appello nel caso in cui venga rinnovata l'istruttoria (art. 603 c.p.p.). Ne consegue che i verbali delle precedenti dichiarazioni dell'accusatore, volontariamente sottratto al confronto con l'accusato, potranno essere acquisiti nel fascicolo del dibattimento, in caso di morte o di coercizione dello stesso in primo grado o in appello. 
Il rapporto tra il comma 1-bis dell'art. 526 c.p.p. e la deroga al contraddittorio per “consenso dell'imputato è complicata, in quanto si pongono in relazione le due norme costituzionali di riferimento, rispettivamente, il comma 4, secondo periodo, (il cui contenuto è traslato nella norma del codice) e il comma 5 dell'art. 111 Cost., (fondamento di qualsiasi meccanismo acquisitivo del codice di rito basato sul consenso dell'imputato o delle parti). 
L'orientamento dominante individua una possibile antinomia che sussiste tra il meccanismo del “consenso” sulla prova, in cui trova legittimazione l'istituto acquisitivo , e la logica del divieto acquisitivo delle dichiarazioni rese nelle fasi predibattimentali da parte di colui che si è sottratto all'esame e dal quale, viceversa, trova legittimazione la preclusione di prendere in considerazione quelle dichiarazioni contro l'imputato consenziente, nonostante siano state legittimamente acquisite. 
Tuttavia, siffatta antinomia normativa deve essere respinta, in quanto poco ragionevole.
Nel tentativo di superare qualsiasi potenziale contrasto normativo tra i differenti istituti probatori e garantire l'efficacia dell'acquisizione concordata, il comma 1-bis dell'art. 526 c.p.p. contiene un'implicita clausola di salvaguardia per cui è fatta salva l'ipotesi in cui l'imputato, o le parti, abbiano espresso il loro consenso all'acquisizione dell'atto. L'operatività della norma riguarda diverse situazioni nelle quali non rientra la volontaria sottrazione . 
Ancora, non può essere compresa nella volontaria sottrazione l'ipotesi in cui il soggetto, nella dialettica tra le parti in giudizio, riferisca una variante dei fatti difforme rispetto a quella fornita durante la fase delle indagini preliminari. 
In tal caso, la circostanza che il dichiarante si sia sottoposto all'esame incrociato esclude un'eventuale sua reticenza o renitenza nei confronti dell'esame difensivo, nonostante fornisca delle dichiarazioni differenti rispetto alle precedenti. Di conseguenza, non può dirsi applicabile la clausola ex art. 526 c.p.p., comma 1-bis. 
Comunque, sembra condivisibile la tesi che la norma deve trovare applicazione in tutti quei casi in cui è prevista “l'acquisizione o l'utilizzazione degli atti dichiarativi”, pure se non risultano dalla dialettica dibattimentale per la volontaria sottrazione da parte del soggetto dichiarante. 

L'atto a contenuto irripetibile. 

Il processo penale si ispira al cosiddetto principio accusatorio secondo il quale, in sostanza, la prova deve formarsi nella fase dibattimentale del processo. Infatti, la formazione della prova, inscindibilmente legata ai canoni dell'oralità e dell'immediatezza, deve ottenersi mediante l'attività dialettica delle parti e la diretta percezione del giudice.
Nella vigente disciplina, tuttavia, l'attività svolta nel corso delle indagini preliminari, quando ricorrono ipotesi di “non rinviabilità o di irripetibilità” dell'atto d'indagine compiuto, è impiegata in sede di assunzione anticipata della prova. 
In tali casi, i relativi verbali sono inclusi nel fascicolo per il dibattimento (ex 431 c.p.p.), divenendo disponibili in giudizio per mezzo delle letture (ex artt. 511 c.p.p.). Contrariamente, qualora l'irripetibilità degli atti non è originaria, ma sopravvenuta, il meccanismo della lettura è disposto al ricorrere di determinati presupposti, ai sensi dell'art. 512 c.p.p..
Il fondamento giustificativo dell'acquisizione dell'atto c.d. “irripetibile” è rinvenibile nell'attuale comma 5 dell'art. 111 Cost., nel quale si individua espressamente, quale deroga costituzionalizzata alla regola del contraddittorio, l'impossibilità di natura oggettiva di realizzare il metodo dialettico per la formazione della prova.
In tal senso, alla luce del suddetto principio costituzionale, l'art. 431 del codice di rito delimita gli atti di indagine acquisibili, indicando due presupposti: 
•	la non ripetibilità dell'atto;
•	la sua provenienza da soggetti processuali qualificati, come la polizia giudiziaria, il pubblico ministero o il difensore. 
Analogamente, tale delimitazione è estendibile anche all'art. 512 c.p.p. che, a differenza dell'art. 511 c.p.p., è legato all'ulteriore requisito dell'accidentalità del fatto o della circostanza imprevedibile determinante l'impossibilità di ripetizione dell'atto in giudizio. 
Inoltre, in relazione al concetto di “non ripetibilità”, occorre distinguere tra irripetibilità “originaria” ed irripetibilità “sopravvenuta ed imprevedibile”.
La prima giustifica l'inserimento dell'atto nel fascicolo per il dibattimento già al momento della sua formazione, in quanto si fonda su caratteristiche intrinseche degli atti. La seconda, invece, rende possibile l'utilizzabilità di atti non riconducibili all'art. 431 c.p.p., poiché si basa sul sopravvenire di circostanze che ne pregiudicano la rinnovazione in dibattimento. 
In proposito, l'art. 512 c.p.p., legato alla nozione di irripetibilità sopravvenuta, consente di procedere alla lettura degli atti assunti nella fase preprocessuale, solo se ne è divenuta impossibile la ripetizione per fatti o circostanze imprevedibili. Così, il concetto di irripetibilità sopravvenuta è plasmato per il recupero successivo di atti compiuti in precedenza e si differenzia dal concetto di irripetibilità originaria che sta alla base della formazione del fascicolo per il dibattimento.
Nel tentativo di tratteggiare i contorni del concetto d'irripetibilità, la giurisprudenza ha prodotto due differenti orientamenti interpretativi:
•	il primo ritiene che sia irripetibile l'atto mediante il quale la polizia giudiziaria prende diretta cognizione di fatti, situazioni, o comportamenti umani suscettibili, per loro stessa natura, di subire modificazioni o di dissolversi in lassi di tempo molto brevi, o anche gli atti di constatazione e di osservazione, compiuti sempre dalla polizia giudiziaria durante le indagini, i quali si esauriscono nel momento stesso in cui vengono posti in essere e dei quali, in seguito, sarà ripetibile soltanto la relativa documentazione.
•	Il secondo, più rigoroso, intende il concetto di irripetibilità come una situazione congenita all'atto, coincidente con l'impossibilità materiale e ontologica di rinnovare nel giudizio il medesimo atto compiuto nella fase delle indagini preliminari. Pertanto, sono irripetibili soltanto gli atti non rinnovabili oralmente in giudizio, ad esempio, le perquisizioni, i sequestri, le intercettazioni di comunicazioni, le rilevazioni urgenti in luoghi ovvero su cose o persone.
Ancora, l'art. 431 c.p.p. statuisce espressamente la possibilità di inserire nel fascicolo per il dibattimento soltanto gli atti non ripetibili contenuti in un “verbale”, redatto secondo le modalità previste dagli artt. 134 - 142 c.p.p..
In tal senso, la giurisprudenza ha affermato, estensivamente, che possono essere qualificati verbali, ex art. 431 c.p.p., anche atti documentali che abbiano i requisiti sostanziali dei verbali veri e propri, malgrado siano denominati diversamente e siano destinati ad assolvere un'altra funzione.
Recentemente, le Sezioni unite sono intervenute in merito al concetto d'irripetibilità, tentando di fissare dei criteri generali definiti sulla natura dell'atto non ripetibile. 
Nello specifico, secondo la Cassazione, non è necessario far riferimento al contesto in cui l'atto si è formato, in quanto non può mai essere riprodotto in dibattimento il medesimo contesto in cui l'atto si è formato. Inoltre, è irrilevante la descrizione delle attività compiute, poiché l'agente o l'ufficiale operante potrebbe essere sempre chiamato in dibattimento a riferire sull'attività svolta in ordine a tali atti. Ulteriormente, deve anche ritenersi superata la teoria che fa riferimento alla natura di “atto a sorpresa” o di “atto indifferibile”. 
A seguito di tale premessa, estromettendo gli atti dichiarativi e gli atti non rinviabili da assumersi con incidente probatorio, secondo le Sezioni unite della Cassazione, la non ripetibilità dell'atto si deduce da due elementi caratterizzanti: la “non riproducibilità in dibattimento” e la “genuinità ed affidabilità” dell'atto stesso.
In particolare, l'atto che non è sostituibile in dibattimento con uno strumento analogo non è ripetibile e deve essere incluso nel pertinente fascicolo dibattimentale, sempre che, tuttavia, contenga informazioni genuine ed affidabili.
Oltre a ciò, è opportuno evidenziare che la Corte è intervenuta anche in merito alla utilizzabilità, come atto irripetibile, delle c.d. relazioni di servizio effettuate dalla polizia giudiziaria . In generale, la relazione di sevizio è un atto meramente interno, compiuto dagli organi delle autorità di pubblica sicurezza e indirizzato al dirigente dell'ufficio o ad altri uffici interessati.
Le Sezioni unite sostengono che le relazioni di servizio sono irripetibili quando contengono la descrizione di un'attività materiale svolta e ulteriore rispetto a quella investigativa, non riproducibile in dibattimento senza la perdita di genuinità; oppure quando contengono la descrizione di cose, luoghi o persone soggetti a modificazione, che renda impossibile la ripetizione dell'atto.
Da ultimo, la Corte asserisce che la categoria degli atti irripetibili non può essere tassativamente individuata.
Avv. Antonino Sugamele

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