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Sentenza

Una donna decide di interrompere una lunga relazione sentimentale; l’uomo non accetta la separazione e fin dal suo inizio intraprende una serie di pressanti azioni di stalking.
Una donna decide di interrompere una lunga relazione sentimentale; l’uomo non accetta la separazione e fin dal suo inizio intraprende una serie di pressanti azioni di stalking.
Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 22 ottobre 2014 – 30 aprile 2015, n. 18212
Presidente Cortese – Relatore Bonito

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 1 giugno 2012 il GUP del Tribunale di Genova dichiarava G.R. colpevole del tentato omicidio, aggravato dalla premeditazione, di P.G. , colpita con pugni e calci e con diverse coltellate al torace, all'addome ed al volto, e di V.M.L.A. , anch'essa attinta da una coltellata all'emitorace destro per essere accorsa in aiuto della P. , in (omissis).
Il giudice di prima istanza, unificati i reati ai sensi dell'art. 81 c.p., infliggeva all'imputato, esclusa l'aggravante dei futili motivi e riconosciute in suo favore le attenuanti generiche con giudizio di equivalenza alla contestata premeditazione, la pena di anni dodici di reclusione con le sanzioni accessorie previste dalla legge. A sostegno della condanna il giudice di prime cure poneva la perizia psichiatrica dibattimentale eseguita sulla persona dell'imputato, la testimonianza delle pp.11., le stesse dichiarazioni del G. , che non negava l'accaduto, numerose testimonianze dirette, gli accertamenti medici sulle pp.oo, gli accertamenti di polizia con il sequestro del coltello utilizzato nelle azioni criminose, ricostruendo i fatti di causa, sulla base di tali esiti processuali, come segue.
Tra l'imputato e la P. vi era stata una lunga relazione sentimentale interrotta dalla donna circa tre mesi prima dei fatti di causa; l'imputato non aveva accettato la separazione e fin dal suo inizio aveva intrapreso una serie di pressanti azioni di stalking; il giorno del delitto la P. si era recata dal padre, ricoverato in una casa di riposo e qui era stata raggiunta dall'imputato, che intendeva avere con lei un colloquio chiarificatore; il prevenuto aveva con sé il coltello sequestrato dopo l'aggressione per cui è causa; il colloquio, per quanto riferito dalla p.o., si era svolto in un clima inusuale di sereno confronto, al contrario di quanto solitamente era accaduto in occasione di precedenti analoghi incontri; dopo l'ennesimo rifiuto di riprendere la convivenza espresso dalla P. e mentre quest'ultima aveva ripreso a camminare verso la struttura ove era ricoverato il genitore, la donna si era accorta di essere nuovamente seguita dall'imputato, il quale l'aveva aggredita colpendola ripetutamente con il coltello che aveva con sé; in tali frangenti V.M.M.A. , resasi conto di quanto stava accadendo, aveva cercato di avvicinarsi ai due ma era stata immediatamente affrontata dall'imputato, il quale non aveva esitato a colpirla con una coltellata al torace.
Ai fini della decisione il giudice richiamava la perizia psichiatrica per ribadire la piena capacità di intendere e di volere dell'imputato, valorizzava la natura delle lesioni cagionate dall'azione delittuosa ai fini della qualificazione giuridica della condotta contestata, indicava la circostanza del possesso del coltello ai fini del riconoscimento dell'aggravante della premeditazione.
2. La decisione di prime cure veniva confermata dal giudice dell'appello con sentenza pronunciata il dì 11 aprile 2014, con la quale venivano replicate le argomentazioni del primo giudice circa la capacità del prevenuto al momento del delitto, quanto alla qualificazione giuridica della condotta e quanto, infine, alla ricorrenza, nella fattispecie, della aggravante della premeditazione.
3. Avverso la sentenza di secondo grado ricorre per cassazione il G. , assistito dal difensore di fiducia, il quale nel suo interesse sviluppa plurime censure ai sensi delle lett. b) ed e) del primo comma dell'art. 606 c.p.p., in relazione ai seguenti punti della sentenza impugnata.
3.1 Quanto alla premeditazione del tentato omicidio della P. : la tesi accusatoria accolta dai giudici di merito è nel senso che l'imputato premeditò l'accoltellamento della vittima al fine di ucciderla portando con sé il coltello con il quale poi concretamente la colpì, proposito peraltro condizionato al persistere del rifiuto della donna a riprendere la convivenza; non indicano però i giudici di merito quando sarebbe insorto il proposito omicida, di guisa che l'argomento accusatorio si risolve nell'affermazione della preordinazione e non già della premeditazione; in realtà la motivazione impugnata si articola in termini tali da confondere l'esistenza della condizione con la sussistenza della premeditazione; ed allora, se v'è incertezza circa la ricorrenza dei requisiti dell'aggravante in parola, essa deve risolversi in favore dell'imputato; peraltro il possesso del coltello era stato ampiamente giustificato nell'atto di appello; esso veniva abitualmente portato con sé dal prevenuto per esigenze di lavoro, giacché autotrasportatore e per aprire gli imballaggi; anche le caratteristiche del coltello sono state ben descritte ai fini di causa, trattandosi di coltello con lama di cm. 8, seghettata, privo di sistemi di fermo, poco idoneo all'uso "di punta" invece che "di taglio"; di qui la conseguenza, ignorata dai decidenti, che, se realmente premeditata l'intenzione omicida, assai diversa sarebbe stata la scelta dell'arma; lo stesso P.G. ha concluso nel senso della esclusione della premeditazione.
3.2 Quanto alla qualificazione giuridica di cui al capo b): secondo quanto si legge nella motivazione impugnata, l'accoltellamento al torace dell'amica della P. , per le sue caratteristiche, sarebbe sorretto da dolo alternativo; la conclusione detta si risolve in una affermazione apodittica, dappoiché non individuati, nella fattispecie, i requisiti caratterizzanti tale tipologia di elemento psicologico, quali la reiterazione dei colpi, la mancanza di motivazioni alternative all'azione, il comportamento dell'agente prima e dopo il reato; l'unica circostanza valorizzata ai fini in discorso dalla sentenza sarebbe fornita dalla zona attinta dall'unico fendente e dalla forza impressa; l'azione in danno dell'amica della P. va inserita nel suo contesto, evidenziando che mai l'imputato aveva pensato di arrecarle danno, che lo stesso aveva ormai perso il controllo di sé e che la p.1. venne colpita quando si intromise per portare aiuto alla P. ; da qui appare arduo concepire che l'azione verso la V. possa essere ricondotta a lucida e consapevole scelta di condotta da parte del G. ; di qui, anche, la necessità giuridica di valorizzare il dubbio in favore dell'imputato e di orientare l'interpretazione dei fatti in danno di un obbiettivo non originario della condotta come sorretto da dolo eventuale, di per sé escludente del contestato tentativo.
3.3 Quanto alla capacità di intendere di volere dell'imputato: è nota la lezione giurisprudenziale, a far tempo da SS.UU. 9163/2005, sulla valorizzazione, ai fini della capacità dell'imputato, del disturbo psichiatrico della personalità; in tale prospettiva deve evidenziarsi che già la sentenza di prime cure aveva rilevato in capo al prevenuto un compromesso stato di salute psichica; diversamente la sentenza impugnata ha collegato lo stato personale alla detenzione e l'amnesia sull'accaduto ad un atteggiamento interessato; l'errore metodologico è stato quello di analizzare ai fini di causa il passato e le circostanze per cui è processo, per desumere dalla loro razionalità la risposta al quesito sulla capacità, senza pertanto valutare se il disturbo della personalità in capo al prevenuto abbia avuto incidenza al momento delle condotte delittuose, circostanza questa che ha rilievo anche ai fini del riconoscimento in concreto della premeditazione.
3.3 Quanto al trattamento sanzionatorio, anche in punto di continuazione, ed alla ritenuta equivalenza delle concesse attenuanti generiche: non ha considerato il giudice territoriale lo stato di prostrazione in cui versava l'imputato, che in pochi mesi aveva perso la madre e subito l'abbandono da parte della compagna, tanto da doversi curare con psicofarmaci; la estrema intensità del dolo rilevato dai giudicanti non ha considerato tutto ciò; la stessa perizia di ufficio ha sottolineato l'incidenza dei fatti personali nella dinamica del fatto reato; ai fini sanzionatori la sentenza impugnata ha valorizzato i profili oggettivi del fatto e non quelli soggettivi della capacità a delinquere dell'imputato (art. 133 co. II c.p.).

Considerato in diritto

1. Pregiudiziale ad ogni altra questione è l'esame della censura difensiva relativa alla capacità di intendere e volere, ad avviso della difesa comunque compromessa in capo all'imputato al momento del fatto.
Orbene, al riguardo i giudici di merito hanno valorizzato la perizia di ufficio la quale, come è noto, è pervenuta alle conclusioni che l'imputato appare affetto da disturbo di personalità, non altrimenti specificato, con compresenza di significativa deflessione del tono dell'umore e che non vi sono elementi per ritenere la presenza di un eventuale vizio parziale di mente riferibile al prevenuto al momento dei fatti per i quali è causa.
Ad esse la difesa ricorrente oppone generiche censure del tutto inidonee a contrastarle in termini di apprezzabilità in quanto espressione di acritica opinione di parte e non già di ragionata valutazione giuridica e scientifica.
La doglianza è, pertanto, manifestamente infondata.
2. Il ricorso è, viceversa, fondato in riferimento alla qualificazione giuridica della condotta contestata all'imputato, ma solo con riferimento al capo B.
Al riguardo si osserva quanto segue.
Sul punto della qualificazione dei fatti si contrappongono nel processo due tesi, quella accusatoria, che ricostruisce la fattispecie nei termini dell'omicidio volontario, per di più aggravato, quanto al capo A, dalla premeditazione, sub specie di dolo cosiddetto alternativo (da intendersi diretto), e quella difensiva, secondo la quale l'imputato non intendeva uccidere e la sua condotta fu animata, quanto alla volontarietà dell'azione, a tutto concedere, dal semplice dolo eventuale, incompatibile, come è noto, con lo schema giuridico del reato tentato.
Orbene, giova rammentare che questa Corte ha ritenuto ricorrere la fattispecie di tentato omicidio sorretto da dolo alternativo (in forma diretta), e non quella di lesioni personali, se il tipo di arma impiegata e specificamente l'idoneità offensiva della stessa, la sede corporea della vittima raggiunta dal colpo di arma e la profondità della ferita inferta inducano a ritenere la sussistenza in capo al soggetto agente del cosiddetto "animus necandi". (Cass., Sez. I, 22/09/2010, n. 37516), puntualizzando che risponde di tentativo di omicidio con dolo alternativo (diretto) chi prevede e vuole, come scelta sostanzialmente equipollente, la morte o il grave ferimento della vittima (Cass., Sez. I, 31/05/2011, n. 30694).
Si contrappone tradizionalmente al dolo alternativo (diretto) il dolo eventuale, figura questa di giurisprudenziale conio, che si individua, secondo tralaticia definizione, quando l'agente, rappresentandosi l'eventualità dell'evento più grave, non avrebbe agito diversamente anche se di esso avesse avuto la certezza (cfr. Sez. un., n. 12433 del 26/11/2009, Nocera, Rv. 246324) e dell'evento non voluto ha, comunque, accettato il rischio che si verificasse. Di recente le Sezioni unite (sent. n. 33343 del 24/04/2014, dep. 18/09/2014, Espenhahn e altri) sono tornate sul tema del dolo eventuale con una pronuncia destinata a costituire, attesa l'autorevolezza della fonte, precedente ineludibile per l'interprete.
In particolare, il Supremo Consesso, riportandosi all'attualmente prevalente indirizzo che configura una tripartizione del dolo in dolo intenzionale, dolo diretto, dolo eventuale, precisa che: - il dolo intenzionale è solitamente ricollegato alla circostanza che la rappresentazione del verificarsi del fatto di reato rientra nella serie di scopi in vista dei quali il soggetto si determina alla condotta e l'agente persegue, appunto, intenzionalmente quale scopo finalistico della propria azione od omissione un risultato certo, probabile o solo possibile; quando cioè ha di mira proprio la realizzazione della condotta criminosa (reati di azione) ovvero la causazione dell'evento (reati di evento); - si ha dolo diretto quando la volontà non si dirige verso l'evento tipico e tuttavia l'agente si rappresenta come conseguenza certa o altamente probabile della propria condotta un risultato che però non persegue intenzionalmente; - il dolo eventuale designa l'area dell'imputazione soggettiva in cui l'evento non costituisce l'esito finalistico della condotta, né è previsto come conseguenza certa o altamente probabile, rappresentandosi l'agente un possibile risultato della sua condotta e ciononostante inducendosi ad agire accettando la prospettiva che l'accadimento abbia luogo.
Un importante chiarimento presente nella sentenza in commento è che il dolo eventuale è compatibile con il dolo alternativo. Tale figura si caratterizza, com'è noto, per il fatto che i diversi fatti previsti sono incompatibili fra loro, nel senso che la realizzazione dell'uno esclude la realizzazione dell'altro: si spara per ferire od uccidere indifferentemente. Nella figura in questione, puntualizzano le SS.UU. “il dolo potrà configurarsi come intenzionale, diretto o eventuale”.
Alla stregua di quanto sopra, è evidente che, per escludere, in relazione a una determinata fattispecie, la ricorrenza del dolo eventuale, in favore di un dolo più intenso, non basta il mero riferimento alla ricorrenza del dolo alternativo, occorrendo ulteriormente, nell'ambito di tale ultima figura, stabilire, in relazione alla fattispecie stessa, in quale forma di dolo essa si estrinsechi.
Per la distinzione fra dolo eventuale e dolo diretto, è necessario ricordare - sempre seguendo l'insegnamento delle SS.UU. - che il secondo si configura tutte le volte in cui l'agente si rappresenta con certezza gli elementi costitutivi della fattispecie incriminatrice e si rende conto che la sua condotta la integrerà, rappresentando l'evento lesivo una conseguenza accessoria necessariamente o assai probabilmente connessa alla realizzazione volontaria del fatto principale. In breve, si è in presenza di un livello di probabilità del verificarsi dell'evento che tocca una soglia tanto elevata da implicare la certezza che l'evento accadrà, salvo che in chi agisce risultasse il convincimento del non realizzarsi dell'evento rilevante. Per non scivolare nel dolo eventuale, deve insomma venire in gioco un livello di previsione in termini di ben elevata probabilità e dunque tanto rilevante che sarebbe insensato far conto a qualsiasi fine sul non verificarsi dell'evento.
La distinzione fra dolo eventuale e dolo diretto, anche nell'ambito della categoria dolo alternativo, deve passare attraverso una verifica rigorosa degli elementi processuali sottoposti alla cognizione del giudice che non lasci spazio a presunzioni o a semplificazioni probatorie, ma si confronti col fatto e con le acquisizioni processuali che consentano di stabilire se nella specie ricorreva il suddetto livello di previsione dell'evento in termini di elevata probabilità ovvero solo la rappresentazione di un possibile risultato della condotta con accettazione della prospettiva che l'accadimento avesse luogo, fermo restando, in caso di persistente dubbio al riguardo, il richiamo al principio del "favor rei".
Alla luce dei sintetizzati sviluppi interpretativi, deve senza dubbio reputarsi corretta l'esclusione del dolo eventuale e l'affermazione della ricorrenza del dolo alternativo da intendersi nella forma del dolo diretto, in relazione al tentato omicidio di cui al capo A) della rubrica, e ciò in forza della ricostruzione dei fatti non illogicamente compiuta dai giudici di merito, con riferimento in particolare: - alla situazione creatasi fra l'imputato e la P. e ai pregressi episodi di stalking; - al previo possesso del coltello; - al singolare atteggiamento di calma tenuto dall'imputato nell'occasione; - all'aggressione messa in atto dopo aver seguito la donna che si stava avviando verso la struttura ove era ricoverato il padre; - alla reiterazione dei colpi di coltello; - alla reazione avuta rispetto all'intervento di V.M.M.A. .
Alla stregua di detta ricostruzione, il ravvisamento di un dolo alternativo diretto appare corretto e immune da vizi.
Corretta è anche la motivazione resa sull'aggravante della premeditazione.
È al riguardo noto l'insegnamento di legittimità secondo cui elementi costitutivi della circostanza aggravante in parola sono un apprezzabile intervallo temporale tra l'insorgenza del proposito criminoso e l'attuazione di esso, tale da consentire una ponderata riflessione circa l'opportunità del recesso (elemento di natura cronologica) e la ferma risoluzione criminosa perdurante senza soluzioni di continuità nell'animo dell'agente fino alla commissione del crimine (elemento di natura ideologica) (Cass., Sez. Unite, 18/12/2008, n. 337).
Nel caso in esame hanno logicamente sostenuto i giudici di merito, dopo aver escluso la verosimiglianza dell'abitudine dell'imputato, per ragioni di lavoro, di portare con sé quella destinata a diventare l'arma del delitto, che l'essersi recato là dove sapeva, il prevenuto, che avrebbe trovato la ex compagna dopo tre mesi scanditi da una serie continua ed asfissiante e sgradite petulanze, l'aver portato con sé un coltello utilizzato per colpire reiteratamente la vittima, verso la quale aveva covato palese risentimento, l'aver consumato poi l'aggressione violenta all'esito dell'ennesima richiesta di riconciliazione ed immediatamente dopo il convinto diniego della p.1., integrano tutte circostanze significative di un progetto meditato da tempo apprezzabile, secondo il quale l'ostinato atteggiamento della ex compagna, se confermato dopo l'ultimo invito, avrebbe giustificato la violenta punizione dell'omicidio.
Non già, pertanto, mera preordinazione della condotta violenta, ma precisa preparazione di essa, curata nel dettaglio del suo dipanarsi e delle condizioni che man mano si sarebbero presentate, valutazione e scelta del momento favorevole per l'azione, preparazione dell'arma da utilizzare, ricerca della vittima presso l'ospizio ove era ricoverato il padre, realizzazione del progetto con l'ennesimo invito a riprendere la relazione, significativamente rivolto, questa volta, con animo tranquillo e non già con la concitazione delle volte precedenti, esecuzione del proponimento omicida all'esito del rifiuto della vittima.
Diversa è la situazione per il fatto di cui al capo B). Qui il riconoscimento di un dolo alternativo da intendersi nella forma diretta appare ancorato solo all'elemento della zona attinta dall'unico fendente e dalla forza impressa. Per stabilire, però, se ricorresse effettivamente, nelle circostanze concrete del fatto, la precisa previsione (anche) dell'evento mortale in termini di elevata probabilità (dolo diretto), e non invece la semplice rappresentazione di una tale possibilità con accettazione del suo eventuale inveramento (dolo eventuale, incompatibile col tentativo), l'elemento suddetto doveva essere messo a confronto sia con la mancata reiterazione dei colpi, sia col carattere pacificamente occasionale dell'azione reattiva posta in essere dal prevenuto.
Sotto tale profilo, la motivazione resa dalla sentenza impugnata appare logicamente carente e comporta di conseguenza l'annullamento con rinvio "in parte qua".
Quanto al trattamento sanzionatorio, premesso l'assorbimento della doglianza relativa all'aumento per continuazione, basti richiamare, sul giudizio di equivalenza delle concesse attenuanti generiche con l'aggravante della premeditazione, l'insegnamento di Cass. Sez. Unite, 25/02/2010, n. 10713, secondo cui "le statuizioni relative al giudizio di comparazione tra opposte circostanze, implicando una valutazione discrezionale tipica del giudizio di merito, sfuggono al sindacato di legittimità qualora non siano frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico e siano sorrette da sufficiente motivazione, tale dovendo ritenersi quella che per giustificare la soluzione dell'equivalenza si sia limitata a ritenerla la più idonea a realizzare l'adeguatezza della pena irrogata in concreto".

P.Q.M.

la Corte, annulla la sentenza impugnata limitatamente alla qualificazione del reato di cui al capo b) e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di appello di Genova. Rigetta nel resto il ricorso.
Avv. Antonino Sugamele

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