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Sentenza

Associazione per delinquere finalizzata alla commissione di truffe: il sodalizio criminoso veniva attuato nei confronti di imprenditori commerciali, dai quali acquistava merci di vario genere senza corrispondere il prezzo, grazie a false fideiussione bancaria.
Associazione per delinquere finalizzata alla commissione di truffe: il sodalizio criminoso veniva attuato nei confronti di imprenditori commerciali, dai quali acquistava merci di vario genere senza corrispondere il prezzo, grazie a false fideiussione bancaria.
Cassazione penale  sez. II 11/06/2014 ( ud. 11/06/2014 , dep.23/07/2014 ) Numero:    32681
                        LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                   
                           SEZIONE SECONDA PENALE                        
    Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                            
    Dott. ESPOSITO   Antonio      -  Presidente   -                      
    Dott. PRESTIPINO Antonio      -  Consigliere  -                      
    Dott. TADDEI     Margherita   -  Consigliere  -                      
    Dott. RAGO       Geppino      -  Consigliere  -                      
    Dott. LOMBARDO   Luigi   -  rel. Consigliere  -                      
    ha pronunciato la seguente:                                          
                         sentenza                                        
    sul ricorso proposto da: 
    PROCURATORE DELLA REPUBBLICA TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA; 
    nei confronti di: 
               S.F., n. il (OMISSIS); 
    nonchè da: 
               S.F., n. il (OMISSIS); 
    avverso  l'ordinanza  del  Tribunale  di  Reggio  Calabria  in   data 
    30.1.2014; 
    Sentita la relazione del Consigliere Luigi Lombardo; 
    Udita  la  requisitoria  del Sostituto Procuratore  Generale  Antonio 
    Gialanella, che ha concluso per l'annullamento con rinvio. 
                     


    Fatto
    RITENUTO IN FATTO E IN DIRITTO

    1. Con ordinanza del 4.1.2014, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Reggio Calabria dispose la custodia cautelare in carcere - tra gli altri - di S.F., indagato per il reato di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di truffe, aggravata dal D.L. n. 152 del 1991, art. 7. Secondo l'accusa contestata, il sodalizio criminoso avrebbe commesso truffe nei confronti di imprenditori commerciali, dai quali acquistava merci di vario genere senza corrispondere il prezzo, grazie a false fideiussione bancaria, che venivano predisposte per l'appunto dall'odierno prevenuto. L'associazione avrebbe commesso le truffe in collegamento con le 'ndrine "Piromalli", "Bellocco" e "Pesce" e al fine di favorire l'attività delle dette associazioni di tipo mafioso.

    Avverso tale provvedimento l'indagato propose istanza di riesame ed il Tribunale di Reggio Calabria, con ordinanza del 30.1.2014, confermò il provvedimento impugnato per quanto concerne il delitto associativo, annullandolo limitatamente alla aggravante contestata.

    Ricorrono per cassazione il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria e l'indagato.

    2. Il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria deduce la violazione dell'art. 192 c.p.p., comma 3, sul presupposto che il Tribunale del riesame avrebbe errato nel ritenere non riscontrate le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia R.A. che aveva narrato che S.F. era un "soldato" di B. M. (capo della omonima cosca), operante nel settore delle truffe. A dire del Procuratore ricorrente, il Tribunale sarebbe incorso in una falsa applicazione dell'art. 192 c.p.p., comma 3, e in un travisamento della prova, non considerando che le dichiarazioni del collaboratore R. trovavano un importante riscontro nella conversazione intercorsa tra il B.M. e P.G. intercettata il 21 aprile 2010, nel corso della quale il B. avrebbe fatto inequivocabile cenno ad un "giovanotto" specializzato nel campo delle truffe, che aveva ufficio di consulenza in (OMISSIS).

    La censura è fondata.

    Con l'ordinanza impugnata, il Tribunale ha esaminato e valutato le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia R.A. nonchè la conversazione intercorsa tra il B. e P. G. intercettata il 21 aprile 2010 (la conversazione si svolge tra due importanti esponenti della 'ndrangheta, a capo di omonime cosche). Ha ritenuto, tuttavia, che tale conversazione non potesse fungere da riscontro alle dichiarazioni del collaboratore, non risultando provato che il "giovanotto" cui si riferiva nella conversazione il B. - come il soggetto che era a sua disposizione per la commissione delle truffe ("io ho questo giovanotto che ha la consulenza a San Ferdinando che ha l'ufficio e tutte cose") - fosse proprio lo S.F.; ciò in quanto non vi sarebbero stati elementi per ritenere che lo S. avesse o avesse avuto uno studio di consulenza in (OMISSIS).

    E tuttavia, così motivando, il Tribunale è incorso in un palese travisamento delle prove, dimenticando di considerare che il collaboratore di giustizia R.A. - il quale, già nel verbale del 2.10.2013, aveva riferito che lo S. doveva dare conto della sua attività illecita a B.M. - nel successivo verbale del 1.2.2014 ebbe a precisare che " S. F. aveva un ufficio a (OMISSIS)".

    Tale coincidenza tra le dichiarazioni del collaboratore di giustizia e le risultanze della conversazione intercettata appare connotata dal carattere della decisività, in quanto essa, se fosse stata considerata dal Tribunale, avrebbe potuto determinare una decisione diversa circa la sussistenza dell'aggravante di cui al D.L. n. 152 del 1991, art. 7, contestata.

    E' necessario, dunque, che annullare la ordinanza impugnata limitatamente alla decisione circa l'aggravante di cui al D.L. n. 152 del 1991, art. 7, e rinviare al Tribunale di Reggio Calabria, in diversa composizione, per nuovo esame nel quale sia considerato e valutato il dato probatorio di cui sopra.

    3. Il difensore dell'indagato, col ricorso per cassazione proposto, deduce:

    1) la violazione dell'art. 273 c.p.p., nonchè la contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione della ordinanza impugnata relativamente al ruolo di promotore e organizzatore dell'associazione contestato all'indagato e - a dire del ricorrente - riconosciuto sussistente dal Tribunale in assenza di prove;

    2) la omessa motivazione del provvedimento impugnato circa la dedotta incompatibilità tra l'associazione semplice contestata e l'aggravante di cui all'art. 7 D.L. cit.;

    3) la omessa valutazione delle doglianza difensive in ordine alla perdita di efficacia della misura per decorrenza dei termini massimi di custodia cautelare, una volta escluso il ruolo di organizzatore dell'associazione contestato allo S. e l'aggravante di cui all'art. 7 cit..

    Tutte le censure sono infondate.

    In ordine alla prima censura, va osservato che il Tribunale, con motivazione esente da vizi logici, ha spiegato - richiamando il contenuto delle dichiarazioni assunte e delle conversazioni intercettate (p. 13 ss. della ordinanza impugnata) - come lo S., per le sue specifiche competenze, fosse colui che predisponeva le false garanzie bancarie da offrire alle ditte e costituisse il fulcro dell'associazione, a lui riferendosi tutti gli altri associati per portare aventi la loro attività truffaldina.

    La motivazione dei giudici di merito sul punto, giustificata da motivazione esente da vizi logici, è insindacabile in sede di legittimità.

    In ordine alla seconda censura, va osservato il delitto di cui all'art. 416 c.p., è stato contestato in riferimento alla commissione di diversi reati quali truffe, falsificazione di titoli di credito, ricettazione, condotte tutte puntualmente descritte e contestate all'indagato (pur mancando la indicazione delle relative norme incriminatrici) nel complesso capo di imputazione ascrittogli.

    Attenendo a tali reati-fine la contestazione dell'aggravante di cui al D.L. n. 152 del 1991, art. 7, la doglianza risulta priva di fondamento.

    Il rigetto del primo motivo di ricorso comporta, infine, l'assorbimento del terzo motivo.

    4. In definitiva, il ricorso del Procuratore della Repubblica della repubblica di Reggio Calabria deve essere accolto, con conseguente annullamento della ordinanza impugnata nei termini di cui sopra.

    Va invece rigettato il ricorso di S.F., che, ai sensi dell'art. 616 c.p., va condannato al pagamento delle spese del procedimento.

    Poichè dalla presente decisione non consegue la rimessione in libertà del ricorrente, deve disporsi - ai sensi dell'art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter - che copia della stessa sia trasmessa al direttore dell'istituto penitenziario in cui l'indagato trovasi ristretto perchè provveda a quanto stabilito dal citato art. 94, comma 1 bis.
    PQM
    P.Q.M.

    La Corte Suprema Di Cassazione in accoglimento del ricorso del pubblico ministero, annulla l'ordinanza impugnata limitatamente al D.L. n. 152 del 1991, art. 7, con rinvio al Tribunale di Reggio Calabria per nuovo esame; rigetta il ricorso di S.F., che condanna al pagamento delle spese del procedimento. Si provveda a norma dell'art. 94 disp. att. c.p.p..

    Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Penale, il 11 giugno 2014.

    Depositato in Cancelleria il 23 luglio 2014
Avv. Antonino Sugamele

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