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Sentenza

Alla guida del proprio veicolo cerca di uscire dal cortile di proprietà del fratello con il quale aveva appena avuto un violento litigio e che si affrettava a chiudere la catena dell’ingresso, chiamando al contempo i Carabinieri, al fine di farne accertare la presenza all’interno della sua proprietà, investendolo volontariamente.
Alla guida del proprio veicolo cerca di uscire dal cortile di proprietà del fratello con il quale aveva appena avuto un violento litigio e che si affrettava a chiudere la catena dell’ingresso, chiamando al contempo i Carabinieri, al fine di farne accertare la presenza all’interno della sua proprietà, investendolo volontariamente.
Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 9 gennaio - 12 maggio 2015, n. 19547
Presidente Dubolino – Relatore Miccoli

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza emessa in data 2 luglio 2013 la Corte d'appello di Bologna riformava parzialmente la sentenza del Tribunale di Ravenna, sezione distaccata di Lugo, riducendo la pena inflitta a T.G. , che era stato condannato per il reato di lesioni aggravate in danno di T.M. , nonché al risarcimento dei danni in favore di quest'ultimo, costituitosi parte civile, da liquidarsi in separato giudizio, con una provvisionale immediatamente esecutiva di Euro 3.000,00.
Il fatto contestato nel capo di imputazione era il seguente: "perché alla guida del proprio veicolo FIAT PALIO, volontariamente investiva e provocava la caduta a terra di T.M. , e cosi cagionava al medesimo lesioni personali consistite in trauma policontusivo, dalle quali derivava una malattia nel corpo giudicata guaribile in giorni dieci".
2. Ha proposto ricorso per cassazione l'imputato, con atto sottoscritto dal suo difensore, deducendo i seguenti motivi.
2.1. Con il primo motivo viene dedotto il vizio di motivazione ex art. 606, comma primo, lettera e) "nella ricostruzione di quanto davvero e concretamente accaduto". Sostiene il ricorrente che i giudici di merito avrebbero mancato di evidenziare nella loro corretta gravità le macroscopiche ed insanabili contraddizioni e le falsità in cui sarebbe incorsa la parte civile nella sua deposizione. Evidenzia quindi una serie di elementi rilevabili dalle risultanze probatorie che avvalorerebbero la tesi sostenuta.
2.2. Con il secondo motivo vengono dedotti il vizio di motivazione e la violazione di legge in relazione agli articoli 43, 45 cod. pen. e 125 comma 3 cod.proc.pen..
La Corte territoriale avrebbe omesso di motivare sullo specifico motivo di appello in ordine alla carenza dell'elemento soggettivo e della sussistenza dei presupposti per l'applicabilità della condizione di non punibilità ex art. 45 cod. pen..
2.3. Con il terzo motivo viene dedotta la violazione di legge in relazione agli artt. 42, 605 e 610 cod. pen..
Sostiene il ricorrente che la Corte territoriale avrebbe erroneamente escluso la ricorrenza della scriminante della legittima difesa. La dinamica dei fatti porterebbe a configurare a carico della persona offesa il reato tentato di sequestro di persona in danno dell'imputato o quantomeno di tentata violenza privata.
2.4. Con il quarto motivo vengono dedotti vizio di motivazione e violazione di legge in relazione all'art. 55 cod. pen.. La Corte territoriale avrebbe errato nel negare la ricorrenza quantomeno dell'eccesso colposo in legittima difesa.

Considerato in diritto

Il ricorso è fondato nei termini qui di seguito indicati.
1. Va in primo luogo detto che il reato per il quale il T. è stato condannato è estinto per intervenuta prescrizione alla data del 16 novembre 2013 e, poiché - come si dirà - nella sentenza impugnata si rileva un vizio di carenza motivazionale in relazione allo specifico motivo della sussistenza dell'elemento soggettivo, ai fini penali va disposto l'annullamento senza rinvio in conseguenza della predetta causa estintiva, mentre, contenendo la decisione anche la conferma delle statuizioni civili, l'annullamento va disposto con rinvio al giudice civile competente per valore in appello (Sez. 5, n. 9399 del 05/02/2007, Palazzi. Rv. 235843, cui si sono adeguate Sez. 4, n. 14450 del 19/03/2009, Stafissi, Rv. 244002; Sez. 6, n. 26299 del 03/06/2009, Tamborrini e altro, Rv. 244533; Sez. 2, n. 32577 del 27/04/2010, Preti, Rv. 247973; Sez. 5, n. 15015 del 23/02/2012, P.G. e P.C. in proc. Genovese, Rv. 252487 e Sez. 5, n. 594 del 16/11/2011, Perrone, Rv. 252665).
2. Tutti i motivi dedotti dal ricorrente, tranne il secondo, sono manifestamente infondati, perché, da una parte, appaiono finalizzati a ricostruire i fatti in maniera diversa da quella che emerge nelle sentenze di merito e, dall'altra, reiterano pedissequamente le doglianze già proposte in appello, in relazione alle quali la Corte territoriale ha reso congrua e logica motivazione.
3. Carente invece è la motivazione della sentenza impugnata in ordine al motivo con il quale il ricorrente ha dedotto l'insussistenza dell'elemento soggettivo del dolo.
I giudici di merito hanno accertato in fatto che le lesioni furono provocate dall'imputato al fratello mentre tentava di allontanarsi dal luogo in cui si era svolto il litigio e, in particolare, mentre la persona offesa aveva manifestato l'intenzione di "chiudere la catena che delimitava l'ingresso dell'area cortiliva (priva di cancello, ma dotata solo di tale presidio), al fine di trattenere il fratello, nel contempo chiamando i carabinieri, con l'evidente finalità di farne accertare la presenza all'interno della sua proprietà. G. (n.d.r. l'odierno imputato), vista la mala parata, invertiva la direzione di marcia dell'auto e ripartiva alla guida del veicolo, al fine di guadagnare l'uscita; in quel frangente, colpiva il fratello che si trovava di spalle intento a chiudere la catena (a dire di M. , egli, al momento dell'impatto, aveva oramai chiuso circa tre quarti del varco di ingresso, di larghezza complessiva di circa quattro metri) attingendone il corpo con la parte sinistra dell'automezzo" (pag. 1 della sentenza impugnata).
Così ricostruita la situazione di fatto, sebbene il ricorrente abbia specificamente indicato ragioni di censura alla motivazione della sentenza di primo grado in relazione alla ritenuta sussistenza dell'elemento soggettivo del dolo, la Corte territoriale si è limitata ad aderire alla tesi del primo giudice, "laddove ha sottolineato che l'imputato, alla guida della propria vettura, pose in essere la manovra che originò le lesioni della parte offesa allorquando si rese conto - e proprio perché si rese conto - che il fratello M. stava chiudendo l'accesso alla sua proprietà con la catena. L'imputato cercò di anticipare la mossa del fratello, passando attraverso l'apertura prima che costui la chiudesse. Così facendo, in quel contesto, si rese del tutto evidentemente conto che, incrociandosi la traiettoria sua a bordo della vettura e quella del fratello che stava chiudendo l'accesso con la catena, egli avrebbe potuto urtare M. . Pur consapevole di ciò, cercò ugualmente di guadagnare l'uscita, urtando la parte offesa. Si delinea pertanto, come bene ha evidenziato il giudice di prime cure, quanto meno il dolo eventuale” (pagg. 4 e 5 della sentenza).
È del tutto evidente che gli stessi passaggi motivazionali appena riportati non sono di per sé sufficienti a supportare la decisione sulla sussistenza del reato di lesioni volontarie con dolo eventuale.
4. Giova delineare il quadro di principi ormai da tempo delineato da questa Corte, secondo cui integra l'elemento psicologico del delitto di lesioni volontarie anche il dolo eventuale, ossia la mera accettazione del rischio che la manomissione fisica della persona altrui possa determinare effetti lesivi (Sez. 5, n. 35075 del 21/04/2010, Rv. 248394). È sufficiente, pertanto, che l'agente abbia previsto l'evento lesivo, accettandone il rischio della concreta verificazione. Il delitto di lesioni volontarie, infatti, richiede un dolo generico, consistente nella consapevolezza che la propria azione provochi o possa provocare danni fisici alla vittima, mentre non occorre affatto che la volontà dell'agente sia diretta alla produzione di determinate conseguenze lesive (Sez. 5, n. 17985 del 09/01/2009, Rv. 243973; Sez. 1, n. 6773 del 07/06/1996, Rv. 205178).
È necessario però che il giudice verifichi e dia conto nella motivazione che chi ha agito si sia rappresentato come "seriamente possibile", sebbene non certa, l'esistenza dei presupposti della condotta, ovvero il verificarsi dell'evento come conseguenza dell'azione e, pur di non rinunciare ad essa, accetta che il fatto possa verificarsi, decidendo di agire comunque (Sez. 2, n. 43348 del 30/09/2014, Mistri, Rv. 260858).
Va ricordato che secondo una tradizionale impostazione dottrinaria e giurisprudenziale versa in situazione di dolo eventuale chi agisce accettando il rischio che, per effetto della propria condotta, si produca (anche o soltanto) un evento non direttamente voluto, sebbene rappresentato nel suo possibile accadere. Versa, invece, in situazione di colpa cosciente il soggetto attivo che si rappresenti un dato evento come possibile risultato della propria condotta (finalizzata ad altro), pur confidando che esso non si verifichi.
In altre parole, la linea di demarcazione tra le due figure si colloca sul crinale non rappresentativo, bensì volitivo dell'atteggiamento psicologico dell'autore rispetto all'evento collaterale (o secondario) scaturito dalla condotta.
In caso di dolo eventuale l'autore agisce nonostante si sia pur rappresentato la concreta possibilità che la propria azione cagioni un evento diverso (od ulteriore) rispetto a quello che vuole realizzare. Manca, quindi, il rifiuto dell'altro e diverso evento, il cui rischio viene anzi accettato e, quindi, a livello sia pure eventuale, voluto come il prezzo da pagare pur di raggiungere lo scopo perseguito.
L'agente pur non avendo di mira il fatto a rischio, ne accetta - nella proiezione della propria azione verso la realizzazione di un fatto primario - il concretamente possibile verificarsi in un necessario rapporto eziologico con l'azione medesima. In altre parole, l'autore né respinge il rischio ne1 adegua la propria condotta in maniera coerente e funzionale a manifestare il rifiuto dell'evento diverso, rispetto a quello primariamente voluto (Sez. 4, n. 28231 del 24.6.09; Sez. 5, n. 44712 del 17.9.08; Sez. 1, n. 832 dell'8.11.1995; Sez. 4, n. 11024 del 10.10.1996). L'accettazione di un altro evento rispetto a quello desiderato, per consapevole assenza di capacità idonea a evitarlo, delinea la netta distinzione rispetto all'ipotesi - concettualmente diversa - della colpa cosciente, ravvisabile nel caso del soggetto che, confidando nella propria capacità di controllare l'azione e/o nel concorso di altri fattori, esclude, respinge, rifiuta l'evento diverso da quello in vista del quale agisce.
Sebbene il codice penale faccia testualmente riferimento alla "previsione dell'evento" (art. 61 cod. pen., n. 3; art. 43 cod. pen.), in realtà è più esatto dire che il soggetto che agisce in stato di colpa cosciente prevede che l'evento non abbia a verificarsi, confidando nella capacità, propria o di altri fattori, di evitarlo.
Dalla rappresentazione dell'astratta pericolosità dell'azione si passa al convincimento che, per questo o quel motivo (circostanza di fatto esterna o propria particolare abilità) la condotta posta in essere non produrrà in concreto conseguenze diverse da quelle volute.
In materia si sono pronunziate di recente le Sezioni Unite di questa Corte (sentenza n. 38343/14), che, da un lato, hanno puntualizzato che la previsione, da parte dell'agente, della possibilità di verificazione dell'evento collaterale (o secondario) deve essere concreta e significativa; dall'altro, hanno enucleato possibili indizi da cui ricavarla.
Fra di essi la sentenza delle Sezioni Unite ha indicato (oltre alle caratteristiche dell'arma e del numero e della direzione dei colpi nei reati di sangue, il che nel caso in esame non viene in rilievo): la maggiore o minore lontananza, da parte dell'agente, dalla condotta standard; la personalità, la storia e la cultura del soggetto attivo (da cui ricavare il livello di consapevolezza della probabilità dei possibili esiti collaterali del proprio agire); la durata e la ripetizione della condotta; l'impulso o la ponderazione che l'abbia preceduta; il contesto lecito od illecito in cui avviene la condotta; il comportamento successivo al fatto; le conseguenze negative o lesive eventualmente prodottesi per l'agente in caso di verificazione dell'evento collaterale; lo scopo perseguito.
Quello degli indicatori del dolo eventuale o della colpa cosciente - come precisano sempre le Sezioni Unite - è un catalogo aperto di particolare utilità nell'accertare l'atteggiamento psicologico dell'agente.
Hanno quindi puntualizzato che lo stesso stato di dubbio irrisolto non risolve il problema del dolo eventuale: "indica un indizio, ma è pur sempre necessario dimostrare che lo stato d'incertezza sia accompagnato dalla già evocata, positiva adesione all'evento; dalla scelta di agire a costo di ledere l'interesse protetto dalla legge".
Insomma, ciò che è di decisivo rilievo è che nella scelta d'azione sia ravvisabile una consapevole presa di posizione di adesione all'evento, che consenta di scorgervi un atteggiamento ragionevolmente assimilabile alla volontà, sebbene da essa distinto. In questo risiede propriamente la rimproverabilità, la colpevolezza dell'atteggiamento interno che si denomina dolo eventuale.
È stato quindi massimato il seguente principio di diritto: "In tema di elemento soggettivo del reato, il dolo eventuale ricorre quando l'agente si sia chiaramente rappresentata la significativa possibilità di verificazione dell'evento concreto e ciò nonostante, dopo aver considerato il fine perseguito e l'eventuale prezzo da pagare, si sia determinato ad agire comunque, anche a costo di causare l'evento lesivo, aderendo ad esso, per il caso in cui si verifichi; ricorre invece la colpa cosciente quando la volontà dell'agente non è diretta verso l'evento ed egli, pur avendo concretamente presente la connessione causale tra la violazione delle norme cautelari e l'evento illecito, si astiene dall'agire doveroso per trascuratezza, imperizia, insipienza, irragionevolezza o altro biasimevole motivo" (Sez. U, n. 38343 del 24/04/2014, P.G., R.C., Espenhahn e altri, Rv. 261104).
5. Orbene, fatte le suindicate precisazioni in diritto, va rilevato che i giudici di merito nel caso in esame non hanno fatto buon governo dei principi sopra rappresentati, traendo la convinzione della sussistenza del dolo eventuale in capo all'imputato solo dal fatto che egli si "rese conto....che incrociandosi la traiettoria sua a bordo della vettura e quella del fratello,.....avrebbe potuto urtare M. ".
Quindi, la Corte territoriale ha sostenuto che vi fu la previsione dell'urto, senza però valutare se tale previsione fosse caratterizzata dalla convinzione che non si realizzasse, secondo i canoni propri della colpa cosciente, che - si ripete - implica una previsione astratta e negativa. Al contrario solo il dubbio non superato o rimosso radica il dolo eventuale.
Insomma, la Corte territoriale nulla ha detto in ordine agli indicatori da cui desumere che l'imputato abbia previsto ed accettato la possibilità dell'evento lesivo, sia pure come risultato accessorio rispetto allo scopo della sua condotta finalizzata alla fuga, così da poter affermare con certezza che esso sia stato voluto.
Peraltro, come si è già detto, il giudizio sul dolo eventuale non può basarsi su un isolato indicatore (la speranza, ragionevole o irragionevole che sia), ma deve tentare la coerente lettura di tutte le acquisizioni pertinenti. Di tali acquisizioni nella motivazione della Corte territoriale non si da conto.
6. La questione va dunque rimessa per nuovo esame al giudice civile competente per valore in grado di appello, il quale, nella sua autonomia di valutazione dei profili di merito, dovrà attenersi ai principi sopra evidenziati.

P.Q.M.

La Corte annulla la sentenza impugnata senza rinvio agli effetti penali perché il reato è estinto per prescrizione. Annulla la medesima sentenza agli effetti civili con rinvio per nuovo esame al giudice civile competente per valore in grado di appello.
Avv. Antonino Sugamele

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