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Sentenza

I versamenti effettuati sul conto corrente non sono automaticamente prova di evasione fiscale.
I versamenti effettuati sul conto corrente non sono automaticamente prova di evasione fiscale.
Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 09-04-2014) 05-06-2014, n. 23489
Fatto Diritto P.Q.M.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TERESI Alfredo - Presidente -

Dott. MARINI Luigi - Consigliere -

Dott. SAVINO Mariapia Gaetana - Consigliere -

Dott. ORILIA Lorenzo - Consigliere -

Dott. PEZZELLA Vincenzo - rel. Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

M.M. N. il (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 5191/2012 CORTE D'APPELLO DI TORINO del 15/04/2013;

sentita la relazione svolta dal consigliere Dott. VINCENZO PEZZELLA;

sentite le conclusioni del PG Dott. GIOACCHINO IZZO che ha chiesto dichiararsi inammissibile il proposto ricorso;

Udito, per la parte civile Agenzia delle Entrate, l'Avvocato dello Stato Bruno Dettori, che ha depositato conclusioni scritte e nota spese cui si è riportato.
Svolgimento del processo

1. La Corte di Appello di Torino, pronunciando nei confronti dell'odierno ricorrente M.M., con sentenza del 15.04.2013, confermava la sentenza del Tribunale di Verbania del 7.02.2012, condannandolo al pagamento delle spese processuali del grado nonchè al rimborso delle spese di parte civile.

Il Tribunale di Verbania aveva dichiarato l'imputato responsabile del reato previsto dal D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 4, perchè, al fine di evadere le imposte sui redditi ed iva, indicava nelle dichiarazioni per gli anni dal 2003 al 2005, elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo, con imposta evasa superiore ad Euro 103.291,38, ed ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti all'imposizione superiore al 10% degli elementi attivi indicati in dichiarazione, fatto commesso in (OMISSIS), nella date di presentazione delle dichiarazioni, rispettivamente 17.09.2004, 08.09.2005 e 23.10.2006, e, concesse la attenuanti generiche, lo condannava alla pena di anni 2 e mesi 4 di reclusione oltre al pagamento delle spese processuali.

2. Avverso tale provvedimento ha proposto ricorso per Cassazione, a mezzo del proprio difensore di fiducia, l'imputato, deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall'art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1:

a. mancanza, contraddittorietà e/o manifesta illogicità della motivazione - art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e).

Il ricorrente deduce che il processo a suo carico è stato preceduto da un collegato procedimento tributario in cui l'accertamento dell'imposta evasa è stato effettuato facendo ricorso alle cosiddette presunzioni tributarie. Di conseguenza il processo penale si è rivelato un procedimento indiziario senza presentazione di nessuna prova diretta.

La Corte, secondo la ricostruzione operata nel ricorso, avrebbe formalmente evidenziato essere non necessario di ricorrere alle presunzioni tributarie, ma, di fatto, avrebbe ripercorso l'itinerario seguito dalla Guardia di Finanza facendolo proprio.

Nessuna prova sarebbe fornita circa la riconducibilità dei versamenti alla compravendita di orologi, mentre la consulenza di parte prodotta, non sarebbe stata ritenuta idonea a documentare la provenienza delle somme da elargizioni del padre dell'imputato.

b. inosservanza ovvero erronea applicazione di legge - art. 129 c.p.p. - art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b.

Il ricorrente deduce che, nel caso di specie, trattandosi di un procedimento solo indiziario, sarebbe stato necessario il pieno rispetto dell'art. 193 c.p.p., dovendosi accertare, al di là di ogni ragionevole dubbio, la presenza di dichiarazioni infedeli. Detto accertamento non sarebbe avvenuto, in quanto la Corte territoriale non avrebbe in alcun modo considerato i periodici versamenti effettuati dal padre dell'imputato sul conto corrente dello stesso.

L'errore della Corte nella valutazione della prova sarebbe stato reso palese dalla tesi sostenuta che l'elaborato documentale non fosse idoneo a provare l'origine delle somme rinvenute sui conti correnti, senza individuare, allo stesso tempo, riscontri alla tesi accusatoria, al di là dei dati alla base delle presunzioni tributarie.

Chiede, pertanto, la riforma o l'annullamento della sentenza impugnata.

3. Resiste in giudizio, depositando memorie scritte (sia per l'udienza del 22.11.2013, poi rinviata, che per quella odierna), l'Agenzia delle Entrate, rappresentata dall'Avvocatura Generale dello Stato, deducendo l'inammissibilità del ricorso per i seguenti motivi:

a. Rileva la correttezza della motivazione fondata su plurimi elementi che giustificano il convincimento del Giudice.

La decisione, infatti, non deriverebbe solo dalla documentazione bancaria, ma anche dal tenore di vita dell'imputato, dalle modalità di svolgimento dell'attività commerciale e dalla sua indisponibilità ad una ricostruzione dei fatti idonea a scagionarlo.

Il riferimento ad una perizia da cui risulterebbe che i versamenti sui conti correnti proverrebbero dal padre sarebbe una questione inammissibile perchè attinente al profilo di fatto e non oggetto di appello.

b. Rileva l'assoluta infondatezza della violazione dell'art. 192 c.p.p., comma 2, in quanto il quadro probatorio sarebbe fondato proprio su indizi gravi, precisi e concordanti.

Chiede, pertanto, la dichiarazione di inammissibilità e/o rigetto del ricorso con condanna alle spese nella misura di Euro 2.000,00.
Motivi della decisione

1. I motivi meglio specificati in premessa appaiono tutti manifestamente infondati e pertanto va dichiarata l'inammissibilità del proposto ricorso.

2. La Corte territoriale motiva ampiamente in relazione alla prova della responsabilità penale dell'imputato, che si fonda non solo sulle risultanze del verbale di accertamento della Guardia di Finanza, ma anche su un quadro indiziario connotato da gravità, precisione e concordanza in ordine al fatto che il M. esercitasse al nero un'attività di compravendita di orologi e di preziosi.

Nella sentenza impugnata si risponde, con motivazione logica e coerente, e pertanto immune da vizi di legittimità, alla doglianza, già presentata in sede di gravame di merito, ed oggi riproposta, secondo cui la condanna sarebbe basata sulle cosiddette presunzioni tributarie.

Ebbene la Corte d'appello di Torino, dopo aver ricordato che in ogni caso le presunzioni tributarie si sarebbero potute utilizzare come indizi, con la necessità di sottoporli ai riscontri di cui all'art. 192 c.p.p., comma 2, evidenzia come nel caso di specie non vi sia stata alcuna necessità di farvi ricorso, diversamente da quanto opinano sia il tribunale che l'appellante.

A riprova di ciò, nel provvedimento impugnato viene ripercorso l'iter seguito dalla Guardia di Finanza per pervenire alla redazione del verbale di constatazione poi fatto proprio prima dal pubblico ministero e poi dal giudice di prime cure.

Sia nel primo verbale, dal quale sono poi originate le imputazioni iniziali (quelle a carico sia del M. che del P., entrambi nella qualità di amministratori della (OMISSIS) e il M. anche della (OMISSIS)), che in quello successivo e che ha dato luogo alla definitiva imputazione (a carico del solo M. come persona fisica esercente la compravendita abituale di orologi preziosi) la Guardia di Finanza ha preso in considerazione le risultanze degli accertamenti bancari. Più esattamente ha rivolto la sua attenzione alle movimentazioni in entrata di due diversi conti correnti, elencandole, previa suddivisione per conto corrente e per anno d'imposta, pervenendo ai risultati illustrati in sentenza secondo cui:

- sul conto corrente numero 316000 acceso sulla Banca Popolare di Intra e intestato a M.M. sono stati riscontrati in entrata:

a) per l'anno 2003 Euro 689.512,23;

b) per l'anno 2004 Euro 772.784,99;

c) per l'anno 2005 Euro 1.727.001,82;

d) per l'anno 2006 Euro 693.546. - sul conto corrente 178672 acceso presso la Banca Popolare di Intra e intestato a M.M. e Po.Ma.:

a) per l'anno 2003 Euro20.500;

b) per l'anno 2004 Euro 3483;

c) per l'anno 2005 Euro 6900;

d) per l'anno Euro 2006 Euro 21.500.

La Guardia di Finanza accertava poi che vi erano state ulteriori operazioni effettuate dal M. nell'anno 2006 presso la Banca Popolare di Intra ma non facenti capo a nessuno dei conti correnti a lui intestati, nè a quelli della moglie o della (OMISSIS). Si trattava di operazioni extra conto per un importo complessivo di Euro 351.000.

Nel provvedimento impugnato si argomenta in modo logico e coerente sul fatto di come appaia evidente che, a fronte di questa ragguardevole mole di versamenti le denunce pari a zero redditi da impresa presentate all'odierno ricorrente fossero assolutamente incongrue, con evidente ampio superamento delle soglie di punibilità previste dal D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 4.

Va aggiunto in questa sede che il movimento in entrata è tale che, se anche solo il 30% dello stesso fosse stato sottratto all'imposizione, si sarebbe già al di sopra delle soglie di punibilità.

3. Nella sentenza impugnata si evidenzia, peraltro, come non sia solo l'assenza di prova contraria a portare a ritenere che quelli indicati fossero redditi al nero per compravendite di orologi e preziosi soggetti ad Iva - il che, se fosse, avrebbe potuto far dire che la sentenza si fondava effettivamente su presunzioni tributarie - ma come determinanti siano stati i riscontri forniti dal tenore di vita della famiglia M., la quale vive un palazzo sito in una zona di pregio del centro di una città come (OMISSIS), si avvale di una collaboratrice domestica, fa frequentare alla figlia una scuola privata con connesso pagamento di una cospicua retta mensile, possiede un'autovettura di grossa cilindrata, trascorre le vacanze in (OMISSIS).

La Corte territoriale pone poi l'accento, quale indice di evasione fiscale, sulle stesse modalità di svolgimento dell'attività commerciale posta in essere la quale: a) non ha una sede, ma viene esercitata solo in uno show room all'interno di uno degli alberghi più prestigiosi di (OMISSIS), ove peraltro non vi era una mera esposizione degli orologi e dei preziosi ma veniva posto in essere un abusivo commercio; b) opera pressochè esclusivamente per contanti e per importi rilevantissimi; c) non disdegna di concludere gli affari in luoghi inconsueti, quale il confine italo svizzero.

Si tratta, dunque, viene ancora sottolineato nella sentenza impugnata, non di applicare una presunzione tributarie ma semplicemente di tener conto di fatti incontrovertibili mente accertati.

4. Va ricordato peraltro per quanto riguarda le presunzioni tributarie, che per giurisprudenza consolidata di questa Corte Suprema in materia di reati tributari, il giudice, nella formazione del suo convincimento, è certamente tenuto all'osservanza dei canoni giuridici che in linea generale governano l'acquisizione, la verifica e la valutazione dei dati probatori; e, perciò, in mancanza di elementi oggettivi, - documenti, deposizioni testimoniali ecc. - non può ignorare la cosiddetta prova logica e neppure le presunzioni secondo la normativa tributaria, avvalendosi, in tal caso, dei dati ontologici, processualmente acquisiti, con una libera valutazione ai fini probatori anche sulla base delle regole di esperienza, senza rimettersi alle valutazioni effettuate da parte degli uffici finanziari.

Ne deriva la possibilità di ricorso alla presunzione - intesa come particolare disciplina probatoria che consente, per la ricostruzione di un maggior reddito, di ritenere esistenti determinati fatti in via induttiva - quale accertamento cosiddetto induttivo espressamente facoltizzato dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 39, in presenza di determinate violazioni di obblighi tributari: anche se, ovviamente, dovendo essere oggetto di autonoma considerazione critica da parte del giudice penale, non può essa svolgere nel processo penale quella stessa funzione "cogente" del convincimento del giudicante che, invece, riveste nella valutazione del giudice tributario (così questa sez. 3, n. 1576 del 3.5.1995, P.M. in proc. Spini, rv. 202479).

E' stato poi precisato che, ai fini della prova del reato di dichiarazione infedele, il giudice può fare legittimamente ricorso ai verbali di constatazione redatti dalla Guardia di Finanza ai fini della determinazione dell'ammontare dell'imposta evasa, nonchè ricorrere all'accertamento induttivo dell'imponibile quando le scritture contabili imposte dalla legge siano state irregolarmente tenute (così questa sez. 3, n. 5786 del 18.12.2007 dep. 6.2.2008, D'Amico, rv. 238825).

E' ancora più recentemente è stato ribadito che ai fini del superamento della soglia di punibilità di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 5, il giudice può legittimamente avvalersi dell'accertamento induttivo dell'imponibile compiuto dagli uffici finanziari (sez. 3, n. 24811 del 28.4.2011, Rocco, rv. 250647), ivi compreso quello operato mediante gli studi di settore (sez. 3, n. 40992 del 14.5.2013, Ottaiano, rv. 257619).

5. Quanto alla questione attinente la mancata valutazione da parte del giudice del merito in ordine alla circostanza che le somme in questione fossero provento di elargizioni a suo favore del M. da parte del padre, va considerato che si tratta di una inammissibile sollecitazione ad una rivalutazione di elementi di fatto evidentemente già valutati dai giudici di merito.

Sul punto va evidenziato in ogni caso che aveva già ampiamente motivato il giudice di primo grado, evidenziando come, peraltro, l'atto notarile nel quale M.G. avrebbe confermato i finanziamenti e le elargizioni di danaro fatte al figlio e confluite sul conto corrente dello stesso dovesse ritenersi presunto, in quanto non risultava tra le produzioni difensive.

Il Tribunale di Verbania aveva anche confutato (cfr. pagg. 6-7) confutato le argomentazioni della perizia tecnico-contabile prodotta dalla difesa evidenziando come la stessa risultasse "atto, nel suo contenuto, parziale, perciò criticabile, in quanto fondato per lo più su documentazione privata di cui viene solo fatta menzione, ma non prodotta o allegata, e quindi non verificabile, ovvero su informazioni rilasciate dallo stesso M.G.".

La questione riguardante la perizia, riproposta in questa sede, si palesa comunque inammissibile in quanto non dedotta specificamente come motivo d'appello.

Sul punto va comunque aggiunto che il giudice di secondo grado, nell'effettuare il controllo in ordine alla fondatezza degli elementi su cui si regge la sentenza impugnata, non è in ogni caso chiamato ad un puntuale riesame di quelle questioni riportate nei motivi di gravame, sulle quali si sia già soffermato il prima giudice, con argomentazioni che vengano ritenute esatte e prive di vizi logici, non specificamente e criticamente censurate.

Le censure, sollevate dal ricorrente nel secondo motivo di ricorso, non tengono peraltro conto che il controllo demandato a questa Corte di legittimità va esercitato sulla coordinazione delle proposizioni e dei passaggi attraverso i quali si sviluppa il tessuto argomentativo del provvedimento impugnato, senza alcuna possibilità di rivalutare in una diversa ottica, gli argomenti di cui il giudice di merito si è avvalso per sostanziare il suo convincimento o di verificare se i risultati dell'interpretazione delle prove siano effettivamente corrispondenti alle acquisizioni probatorie risultanti dagli atti del processo.

Questa Corte Suprema è chiamata, cioè, ad accertare se nella sentenza appellata siano state applicate le regole della logica, le massime di comune esperienza e i criteri legali dettati in tema di valutazione delle prove, in modo da fornire la giustificazione razionale della scelta di determinate conclusioni a preferenza di altre. L'illogicità della motivazione, come vizio denunciabile, deve quindi essere evidente e tale da inficiare lo stesso percorso seguito dal giudice di merito per giungere alla decisione adottata.

6. Essendo il ricorso inammissibile e, a norma dell'art. 616 c.p.p., non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 13.6.2000), alla condanna della ricorrente al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al pagamento della sanzione pecuniaria nella misura indicata in dispositivo.

Consegue altresì la condanna alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile Agenzia delle Entrate liquidate in Euro 2000 (duemila) oltre accessori di legge.
P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1000,00 in favore della Cassa delle Ammende, nonchè alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile liquidate in Euro 2000 (duemila) oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 9 aprile 2014.

Depositato in Cancelleria il 5 giugno 2014
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Avv. Antonino Sugamele

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