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Sentenza

I nuovi parametri forensi non sono vincolanti per il giudice che procede alla liquidazione.
I nuovi parametri forensi non sono vincolanti per il giudice che procede alla liquidazione.
UFFICIO DI SORVEGLIANZA di ALESSANDRIA
(per la Circoscrizione del Tribunale di Alessandria)
N. 2014/1173 SIUS
Il Magistrato di Sorveglianza
ha pronunciato il seguente
DECRETO
sulla richiesta di liquidazione del compenso presentata dall'Avv. omissis, per l'attività svolta nel
procedimento iscritto al N. 2014/611 SIUS, relativo a S. S., nato a XXXX il XXXXX, domiciliato in Alessandria,
Via XXXX.
**********
1. ‐ La magistratura di sorveglianza provvede di regola alla liquidazione dei compensi spettanti ai difensori
di soggetti ammessi al patrocinio a spese dello Stato (o in ipotesi a questa assimilate dagli artt. 115 ss.
D.P.R. 30 maggio 2002 n. 115: v. art. 115 per il difensore di persona ammessa al programma di protezione
dei collaboratori di giustizia; art 116 per il difensore di ufficio; art. 117 per il difensore di ufficio di persona
irreperibile).
A prescindere da quanto si dirà in seguito sui rapporti intercorrenti col D.M. 140/2012 (recte: Decreto
Ministero Giustizia 20 luglio 2012 n. 140, Regolamento recante la determinazione dei parametri per la
liquidazione da parte di un organo giurisdizionale dei compensi per le professioni regolarmente vigilate dal
Ministero della giustizia, ai sensi dell'articolo 9 del decreto‐legge 24 gennaio 2012 n. 1, convertito, con
modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012 n. 27), tale liquidazione soggiace oggi alle disposizioni contenute
nel D.M. 55/2014 (recte: Decreto Ministero Giustizia 10 marzo 2014 n. 55, Regolamento recante la
determinazione dei parametri per la liquidazione dei compensi per la professione forense, ai sensi dell'art.
13, comma 6, della legge 31 dicembre 2012 n. 247).
L'art. 1 D.M. 55/2014, anzitutto, stabilisce: “Il presente regolamento disciplina per le prestazioni
professionali i parametri dei compensi all'avvocato quando all'atto dell'incarico o successivamente il
compenso non sia stato determinato in forma scritta, in ogni caso di mancata determinazione consensuale
degli stessi, comprese le ipotesi di liquidazione nonché di prestazione nell'interesse di terzi o prestazioni
officiose previste dalla legge, ferma restando ‐ anche in caso di determinazione contrattuale del compenso
‐ la disciplina del rimborso spese di cui al successivo articolo 2”.
Le “disposizioni concernenti l'attività penale”, a loro volta, sono quelle contenute nel Capo III dello stesso
D.M. 55/2014 (artt. 12‐17).
Fondamentale tra queste si rivela l'art. 12 (Parametri generali per la determinazione dei compensi), il cui
comma 1, dopo avere (in modo ridondante) sostanzialmente ripetuto quanto già (icasticamente) scritto
nell'art. 12 D.M. 140/2012 (secondo cui ai fini della liquidazione “si tiene conto di tutte le particolari
circostanze del caso”, esemplificativamente specificate nell'importanza, nella natura e nella complessità del
procedimento, nell'urgenza e nel pregio dell'opera prestata, nell'esito ottenuto per il cliente, nel numero
delle udienze diverse da quelle di mero rinvio, nel tempo necessario all'espletamento delle attività, ecc.),
stabilisce: “Il giudice tiene conto dei valori medi di cui alle tabelle allegate, che, in applicazione dei
parametri generali, possono, di regola, essere aumentati fino all'80%, o diminuiti fino al 50%”.
Sennonché, l'allegata Tabella 15. Giudizi penali prende in considerazione soltanto il “Tribunale di
Sorveglianza”, mentre nulla prevede a proposito del “Magistrato di Sorveglianza”: donde la necessità di
individuare i parametri utilizzabili per la liquidazione dei compensi spettanti al difensore per l'attività svolta
innanzi a quest'ultimo.
Orbene!
E' vero che lo stesso D.M. 55/2014 fornisce lo strumento finalizzato a colmare tale lacuna, che è
rappresentato (ovviamente: v. art. 12, comma 2, preleggi) dall'applicazione analogica prevista dall'art. 3
(“Nell'ambito dell'applicazione dei precedenti articoli 1 e 2, per i compensi ed i rimborsi non regolati da
specifica previsione si ha riguardo alle disposizioni del presente decreto che regolano fattispecie
analoghe”).
Ma è parimenti vero che l'utilizzazione di tale strumento determina nella fattispecie risultati equivoci
perché:
a) una “analogia organica” (basata, cioè, sulla composizione dell'organo giurisdizionale) induce ad applicare
al “Magistrato di Sorveglianza” i parametri previsti dalla stessa tabella per il “Tribunale monocratico”;
b) una “analogia funzionale” (basata, cioè, sulla natura delle funzioni svolte) porta ad applicare al
“Magistrato di Sorveglianza” i parametri ivi stabiliti per il “Tribunale di Sorveglianza”.
Per questo Ufficio è preferibile la soluzione sub a) perché:
‐ i parametri numerici esplicitamente previsti dalla tabella de qua per il “Tribunale di Sorveglianza” sono
assolutamente speculari a quelli ivi indicati per la “Corte di Appello”, di guisa che il criterio ispiratore della
tabella stessa sembra essere quello della composizione dell'organo e non quello della funzione espletata;
‐ l'assimilazione tabellare del “Magistrato di Sorveglianza” al “Tribunale monocratico” (e del “Tribunale di
Sorveglianza” alla “Corte di Appello”) era espressamente prevista dalla normativa precedente (v. Tabella BAvvocati
allegata al D.M. 140/2012 e Tabella C‐Penale allegata al D.M. 127/2004).
2. ‐ Va osservato adesso che la Tabella 15. Giudizi penali allegata al D.M. 55/2014 (coerentemente con la
disposizione contenuta nell'art. 12, comma 3, secondo cui “il compenso si liquida per fasi”) indica valori
medi di liquidazione per ciascuna delle quattro distinte fasi esemplificativamente individuate dal comma
12, comma 3: fase di studio, fase introduttiva, fase istruttoria o dibattimentale e fase decisionale (non è più
prevista la “fase esecutiva” contemplata, invece, dal D.M. 140/2012).
Ciò posto, deve evidenziarsi che:
‐ nei procedimenti di sorveglianza di solito non c'è un'istruttoria orale né si svolgono attività corrispondenti
a quelle indicate a titolo esemplificativo dall'art. 12, comma 3, lettera c), D.M. 55/2014 (“le richieste, gli
scritti, le partecipazioni o assistenze relative ad atti ed attività istruttorie procedimentali o processuali
anche preliminari, rese anche in udienze pubbliche o in camera di consiglio, che sono funzionali alla ricerca
di mezzi di prova, alla formazione della prova, comprese liste, citazioni e le relative notificazioni, l'esame
dei consulenti, testimoni, indagati o imputati di reato connesso o collegato”);
‐ quest'ultima disposizione [art. 12, comma 3, lettera c)] non parla di “esame degli scritti o dei documenti
delle altre parti” [a differenza di quanto previsto per l'attività giudiziale civile dall'art. 4, comma 5, lettera
c)] e, comunque, nei procedimenti di sorveglianza “l'altra parte” normalmente è il P.M., che altrettanto
normalmente non produce alcunché;
‐ la ricerca dei documenti prodotti dalla parte viene già considerata per la fase di studio [art. 12, comma 3,
lettera a)]: di guisa che riconoscere qualcos'altro a tale titolo si risolverebbe in una inammissibile
duplicazione di compenso per la stessa attività.
Pertanto, di solito nei procedimenti di sorveglianza nulla va riconosciuto per la fase istruttoria.
Quanto alla fase introduttiva, poi, si evidenzia che:
‐la magistratura di sorveglianza provvede normalmente ex officio oppure su richiesta del P.M. oppure su
istanza (o dichiarazione di impugnazione) sottoscritta personalmente dall'interessato;
‐quando proviene dal difensore, l'atto introduttivo del procedimento è solitamente redatto in modo
sintetico, stante il carattere officioso del procedimento stesso [nell'ambito del quale l'accertamento delle
condizioni di ammissibilità e dei presupposti di merito del provvedimento richiesto è pressoché
integralmente rimesso all'ufficio (v. art. 666, comma 5, c.p.p., richiamato per il procedimento di
sorveglianza dall'art. 678, comma 1)].
Quanto alla fase decisionale dei procedimenti di sorveglianza, infine, la medesima [che può anche mancare:
si pensi, ad esempio, alle istanze di liberazione anticipata (v. art. 69‐bis, comma 1, O.P.) o a quelle di
riabilitazione (v. comb. disp. artt. 678, comma 1‐bis, e 667, comma 4, prima parte, c.p.p.), sulle quali il
magistrato di sorveglianza o, rispettivamente, il tribunale di sorveglianza provvedono de plano] quasi
sempre si esaurisce nella discussione in un'unica udienza in camera di consiglio (v. artt. 666, comma 3,
c.p.p., richiamato per il procedimento di sorveglianza dall'art. 678, comma 1), la quale (discussione) a sua
volta ha spesso una durata assai breve (quando non si risolve in un laconico “insiste” o “si oppone” o “si
rimette”…).
Da quanto precede deriva che l'applicazione ai procedimenti di sorveglianza dei parametri generali stabiliti
dall'art. 12, comma 1, D.M. 55/2014 (l'importanza, la natura e la complessità del procedimento, l'urgenza
ed il pregio dell'opera prestata, il numero delle udienze, il tempo necessario all'espletamento delle attività,
ecc.):
‐raramente può giustificare un aumento ex art. 12, comma 1, ultima parte, (“fino all'80%”) dei valori
tabellari medi previsti per la fase di studio e/o per quella introduttiva e/o per quella decisionale;
‐normalmente, invece, impone una diminuzione ex art. 12, comma 1, ultima parte, (“fino al 50%”) dei valori
tabellari medi previsti per la fase di studio e/o per quella introduttiva e/o per quella decisionale.
Deve sottolinearsi, infine, che:
‐l'art. 12, comma 2, ultima parte, D.M. 55/2014 prende in considerazione “le liquidazioni delle prestazioni
svolte in favore dei soggetti ammessi al patrocinio a spese dello Stato a norma del testo unico delle spese di
giustizia di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002 n. 115”, stabilendo (in modo
anodino e comunque assolutamente superfluo) che “si tiene specifico conto della concreta incidenza degli
atti assunti rispetto alla posizione processuale della persona difesa”;
‐per esse (liquidazioni delle prestazioni svolte in favore dei soggetti ammessi al patrocinio a spese dello
Stato), invece, non è stata inserita alcuna disposizione analoga a quella ex comb. disp. artt. 9, ultima parte,
e 12, comma 7, D.M. 140/2012, che prevedeva l'abbattimento, di regola, del 50% delle liquidazioni de
quibus pure nella materia penale, analogamente a quanto previsto per la materia civile dall'art. 130 D.P.R.
115/2002;
‐per le suindicate liquidazioni (delle prestazioni svolte in favore dei soggetti ammessi al patrocinio a spese
dello Stato), nondimeno, opera la riduzione di un terzo prevista dall'art. 106‐bis D.P.R. 115/2002 [“Gli
importi spettanti al difensore...” della parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato (e dei soggetti
assimilati) “sono ridotti di un terzo”];
‐“oltre al compenso ed al rimborso delle spese documentate in relazione alle singole prestazioni,
all'avvocato è dovuta, in ogni caso…, una somma per rimborso spese forfettarie di regola nella misura del
15 per cento del compenso totale per la prestazione” (art. 2, comma 2, D.M. 55/2014), nonché
un'indennità ed un rimborso delle spese di trasferta a norma dell'art. 27 della materia stragiudiziale “per gli
affari e le cause fuori dal luogo ove” l'avvocato stesso “svolge la professione in modo prevalente” (art. 15
D.M. 55/2014);
‐i compensi, però, non includono oneri e contributi dovuti a qualsiasi titolo (per esempio, IVA e CPA) (v. la
disposizione generale contenuta nel comma 2 dell'art. 1, D.M. 140/2012, sulla cui persistente vigenza si
dirà tra poco);
‐i criteri numerici indicati dalle tabelle allegate al decreto non sono vincolanti per il giudice, ma
costituiscono solo criteri di massima: così come stabilito dall' art. 1, comma 7, D.M. 140/2012, che deve
considerasi ancora in vigore per le ragioni che si esporranno qui di seguito.
3. ‐ Subito dopo l'entrata in vigore del D.M. 55/2014 è stato “ritenuto… che il DM 140/12 sia da intendersi
abrogato in quanto il DM 55/2014 regolamenta ex novo l'intera materia dei compensi forensi con una
disciplina di nuovo conio (cd. abrogazione implicita) e, là dove non conferma disposizioni che erano
presenti nel DM del 2012, mette mano ad una precisa scelta legislativa che prevale sulla precedente
(abrogazione tacita)” (così testualmente Trib. Milano, decreto 9 aprile 2014, in www.ilcaso.it, Sez.
Giurisprudenza, 10321).
Simili affermazioni rappresentano il portato di una lettura corriva dei due decreti in questione.
Per rendersi conto di ciò occorre considerare, anzitutto, che:
‐ il D.M. 140/2012 è stato emanato in attuazione delle norme sulle c.d. liberalizzazioni e/o sulla
concorrenza (costituzionalmente e comunitariamente necessarie) contenute nel D.L. 24 gennaio 2012 n. 1
(convertito con modificazioni dalla L. 24 marzo 2012 n. 27 ): più esattamente ed in particolare, anzi, in
attuazione dell'art. 9, comma 2, primo periodo, stesso D.L. ed in conseguenza dell'abrogazione delle tariffe
professionali regolamentate nel sistema ordinistico (operata dal comma 1 dell'art. 9 cit.);
‐ più esattamente, la disciplina contenuta nel D.M. 140/2012 è così articolata:
‐ Capo I ‐ Disposizioni generali (Art. 1);
‐ Capo II ‐ Disposizioni concernenti gli avvocati (Artt. 2‐14);
‐ Capo III ‐ Disposizioni concernenti i dottori commercialisti ed esperti contabili (Artt. 15‐29);
‐ Capo IV ‐ Disposizioni concernenti i notai (Artt. 30‐32);
‐ Capo V ‐ Disposizioni concernenti le professioni dell'area tecnica (Artt. 33‐39);
‐ Capo V‐bis ‐ Disposizioni concernenti gli assistenti sociali (Artt. 39bis‐ 39ter);
‐ Capo V‐ter ‐ Disposizioni concernenti gli attuari (Artt. 39quater‐ 39septies);
‐ Capo VI ‐ Disposizioni concernenti le altre professioni (Art. 40);
‐ Capo VII ‐ Disciplina transitoria ed entrata in vigore (Artt. 41‐42).
Il D.M. 55/2014, invece, è stato emanato in attuazione dell'art. 13, comma 6, L. 31 dicembre 2012 n. 247:
Legge che, dettando la “nuova disciplina dell'ordinamento professionale forense”, come tale non ha inteso
(né poteva) derogare al D.L. 1/2012 sulle liberalizzazioni e sulla concorrenza.
Alla stregua di quanto precede è agevolare concludere che:
‐il D.M. 140/2012 ha un ambito applicativo generale perché riguarda i compensi di tutte le professioni
regolamentate vigilate dal Ministero della giustizia, articolandosi a sua volta in “disposizioni generali”
applicabili a tutte le professioni considerate ed in 7 “discipline settoriali” interessanti altrettante (e
specifiche) aree professionali;
‐il D.M. 55/2014, invece, ha un ambito applicativo esclusivamente settoriale perché riguarda i compensi di
una sola tra le professioni regolamentate vigilate dal Ministero della giustizia: quella forense;
‐pertanto, il D.M. 55/2014 non ha regolato l'intera materia disciplinata dal D.M. 140/2012: di guisa che
quest'ultimo non può considerarsi integralmente abrogato ex art. 15, ultima parte, preleggi;
‐la normativa contenuta nel D.M. 55/2014 (e nelle tabelle ad esso allegate), peraltro, “sovrapponendosi”
(solamente) alle “disposizioni concernenti gli avvocati” comprese nel Capo II (art. 2‐15) del D.M. 140/2012 e
nelle tabelle ad esso allegate, ha regolato nuovamente (ma esclusivamente) la specifica materia già
disciplinata da codeste disposizioni: quella dei compensi per la professione forense;
‐conseguentemente, queste ultime (disposizioni ex art. 2‐15 D.M. 140/2012 e tabelle ad esso allegate) ed
esse soltanto possono considerarsi abrogate per effetto del D.M. 55/2014;
‐invece (ed in mancanza di un'espressa abrogazione delle stesse e/o dell'intero D.M. 140/2012), restano in
vigore le “disposizioni generali” contenute nel Capo I del D.M. 140/2012 e, in particolare, quella dell'art. 1,
comma 7, secondo cui le soglie numeriche tabellarmente indicate “in nessun caso … sono vincolanti per la
liquidazione”.
4. ‐ Mette conto evidenziare adesso che soltanto questa conclusione [sulla persistente vigenza dell'art. 1
D.M. 140/2012 e sulla conseguente derogabilità (“sia nei minimi che nei massimi”) pure delle soglie
numeriche indicate nel sopravvenuto D.M. 55/2014 e nella tabelle ad esso allegate] consente al giudice di
applicare le “nuove” disposizioni introdotte dal D.M. 55/2014.
In caso contrario, infatti, ed assumendosi per ipotesi l'inderogabilità dei “nuovi” valori tabellari da esso
introdotti, il D.M. 55/2014 presenterebbe tanti e tali profili di illegittimità da esporsi a disapplicazione ai
sensi dell'art. 5 L. 20 marzo 1865 n. 2248, allegato E, trattandosi:
‐ di atto (a contenuto normativo, ma) formalmente amministrativo, costituente l'oggetto di un mero “rinvio
formale” da parte degli artt. 1, comma 3, e 13, comma 6, L. 31 dicembre 2012 n. 247 [v.
esemplicativamente (e con specifico riferimento all'art. 5 D.M. 28 luglio 1992 n. 570 sulla liquidazione del
compenso spettante al commissario giudiziale nella procedura di concordato preventivo) Cass. civ., Sez.
unite, sentenza 26 maggio 1997 n. 4670, nella cui motivazione sta scritto: “Il primo problema da affrontare
attiene alla sussistenza, o non, del potere del Giudice ordinario di disapplicare un provvedimento
regolamentare ritenuto illegittimo. Sul punto occorre richiamare la giurisprudenza della Corte
Costituzionale (in particolare, per il caso di specie, l'ordinanza in data 30 dicembre 1993 n. 484), secondo
cui il rinvio dell'art. 39 L.F. (e tramite esso dall'art. 165 L.F.), al D.M. 28 luglio 1992, n. 570 ha carattere
formale, per cui il regolamento stesso non assume il valore di norma primaria. Si introduce così nella
giurisprudenza di detta Corte, nell'ambito della sua competenza, una dicotomia fra i casi in cui la legge si
limita a demandare al regolamento una disciplina (rinvio formale) e i casi in cui la legge recepisce, come una
norma in bianco, il contenuto del regolamento (rinvio materiale) quando il richiamo sia indirizzato a norme
determinate ed esattamente individuate dalla stessa norma che lo effettua. Nel primo caso, corrispondente
alla situazione in esame, ravvisandosi negli artt. 39 e 165 L.F. una situazione di rinvio formale, viene esclusa
l'ammissibilità della proposizione della questione di legittimità costituzionale, sotto il profilo dell'art. 3 Cost.
Peraltro la Corte Cost. ha precisato sul punto:
Avv. Antonino Sugamele

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