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Sentenza

Magistrato additato come toga rossa. Non c'è diffamazione per la Cassazione.
Magistrato additato come toga rossa. Non c'è diffamazione per la Cassazione.
Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 31 ottobre 2014 – 27 gennaio 2015, n. 1435
Presidente Petti – Relatore Cirillo

Svolgimento del processo

l. Il dott. L. M., magistrato, convenne in giudizio, davanti al Tribunale di Milano, la casa editrice Baldini e Castoldi Dalai ed il prof. G.G,, chiedendo che fossero condannati in solido al risarcimento dei danni conseguenti all'avvenuta pubblicazione di frasi dal contenuto asseritamente diffamatorio.
Sostenne l'attore che alla pag. 340 del libro intitolato «Piombo rosso - La storia completa della lotta armata in Italia dal 1970 ad oggi», scritto dal prof. Galli e pubblicato dalla menzionata casa editrice, ci si riferiva a lui nei seguenti termini: «Il PM M. una toga rossa, proprio di Palermo, di
quelle particolarmente sgradite al Presidente del Consiglio ed ai suoi giornali». Tale apprezzamento si era rivelato di contenuto diffamatorio, anche in considerazione della partecipazione del dott. M. alla Commissione parlamentare inquirente sul c.d. affare Mitrokhin.
Si costituirono entrambi i convenuti, chiedendo il rigetto della domanda.
Il Tribunale, accertata la natura diffamatoria dell'espressione «toga rossa», condannò i convenuti, in solido, al pagamento in favore del dott. M. della somma di euro 5.000, con il carico delle spese di giudizio.
2. Proposto appello da parte dei convenuti soccombenti, la Corte d'appello di Milano, con sentenza del 15 luglio 2010, in riforma di quella di primo grado, ha accolto il gravame, respingendo la domanda risarcitoria proposta dal dott. M. e compensando per intero le spese del doppio grado di giudizio.
Ha osservato la Corte territoriale che, nella specie, non era stata prospettata dall'interessato una lesione della propria identità personale, bensì soltanto della propria reputazione professionale. La censurata espressione di «toga rossa», però, presa nel contesto di un'ampia trattazione sul periodo dei c.d. anni di piombo, non risultava usata in tono denigratorio o dispregiativo, bensì piuttosto in senso positivo, ossia per indicare l'atteggiamento di un magistrato inquirente che non si ferma alle apparenze e che gode di una «coscienza tranquillamente fiera». D'altra parte, il fatto che il testo in oggetto si riferisse anche alla circostanza che le toghe rosse erano particolarmente sgradite al Presidente del Consiglio ed ai suoi giornali non poteva comunque integrare gli estremi della diffamazione, dato il carattere del tutto soggettivo del giudizio di «sgradevolezza».
3. Avverso la sentenza della Corte d'appello di Milano propone ricorso il dott. L. M., con atto contenente un solo motivo.
Resistono con un unico controricorso la casa editrice Baldini e Castoldi Dalai ed il prof. G.G,. Il ricorrente ha presentato memoria.

Motivi della decisione

1. Col primo ed unico motivo del ricorso si lamenta, in riferimento all'art. 360, primo comma, n. 5), cod. proc. civ., omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio, in riferimento agli artt. 2043 e 2059 cod. civ. ed all'art. 11 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, sulla stampa.
Rileva il ricorrente che non sarebbe chiaro il percorso logico seguito dalla Corte d'appello per pervenire ad escludere la negatività dell'espressione «toga rossa». Essa, infatti, unitamente al riferimento per cui quella parte della magistratura era da ritenere invisa al Presidente del Consiglio dei ministri ed ai suoi giornali, sarebbe da ritenere diffamatoria. Al riguardo, tenendo presente anche il titolo dell'opera - che contiene un riferimento al «piombo rosso» - l'uso della citata espressione sarebbe da ritenere in grado di ledere il prestigio di un magistrato proprio nella sua qualità fondamentale della indipendenza. Il contesto nel quale è inserita la frase, del resto, risulterebbe esorbitante rispetto alle condizioni delineate dalla giurisprudenza per l'esercizio del diritto di cronaca e di critica, finendo col colpire sul piano morale la figura del magistrato.
1.1. Il motivo non è fondato.
Come questa Corte ha in più occasioni ribadito, la lesione dell'onore e della reputazione altrui non si verifica quando la diffusione a mezzo stampa delle notizie costituisce legittimo esercizio del diritto di cronaca, condizionato all'esistenza dei seguenti presupposti: la verità oggettiva, o anche solo putativa, purché frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca, tenuto conto della gravità della notizia pubblicata; l'interesse pubblico alla conoscenza del fatto (cosiddetta pertinenza) e la correttezza formale dell'esposizione
(cosiddetta continenza). La valutazione in concreto della sussistenza di tali elementi è un potere spettante al giudice di merito, non sindacabile in sede di legittimità in presenza di motivazione congrua ed immune da vizi logici (giurisprudenza costante: v., tra le altre, le sentenze 20 ottobre 2009, n. 22190, e 10 gennaio 2012, n. 80).
Tali principi devono valere anche nel caso di specie, nel quale le dichiarazioni contestate non fanno parte di un articolo di giornale, bensì di un libro di contenuto storico, destinato alla ricostruzione dei c.d. anni di piombo.
1.2. La Corte d'appello di Milano, nella specie, ha fatto buon governo dei principi sopra indicati.
Con una motivazione correttamente argomentata e priva di vizi logici, essa ha dato la propria ricostruzione dei fatti con la conseguente valutazione, pervenendo alla conclusione - come sopra si è visto - che la frase di cui si doleva il dott. M. non assumeva, in relazione al contesto complessivo dell'opera, alcuna valenza denigratoria, quanto invece doveva ritenersi in qualche modo elogiativa; ciò in quanto l'uso del termine toga rossa, aggiunto al rilievo per cui magistrati del genere del dott. M. erano affatto sgraditi al Presidente del Consiglio (dell'epoca) ed ai suoi giornali, non poteva avere, di per sé, alcun carattere diffamatorio, stante anche la soggettività della valutazione in termini di sgradevolezza.
Analogamente, la Corte d'appello ha valutato come «forzato e difficilmente comprensibile» l'accostamento -- che secondo l'attore aveva valenza diffamatoria - tra l'espressione toga rossa e quella di piombo rosso, utilizzata nel libro del prof. Galli con riferimento ai molti fatti di sangue di quegli anni, ed ha quindi escluso che le due espressioni potessero in qualche modo lasciare intuire un comportamento non pienamente limpido da parte del dott. M..
A fronte di tale motivata ricostruzione dei fatti, il ricorso in esame si risolve nell'evidente tentativo di ottenere in questa sede un nuovo e non consentito esame del merito della vicenda.
2. Il ricorso, pertanto, è rigettato.
In considerazione, tuttavia, della particolarità della vicenda e degli alterni esiti dei giudizi di merito, ritiene la Corte di dover integralmente compensare le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa integralmente le spese del giudizio di cassazione.
Avv. Antonino Sugamele

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