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Sentenza

Rapina ad un portavalori. Omicidio della guardia giurata. Concorso ex art. 110 cp e 116 cp. Concorso ordinario e anomalo.
Rapina ad un portavalori. Omicidio della guardia giurata. Concorso ex art. 110 cp e 116 cp. Concorso ordinario e anomalo.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I PENALE - SENTENZA 23 marzo 2012, n.11442 - Pres. Giordano – est. Cassano

Svolgimento del processo

 

1. Con sentenza del 12 novembre 2008 il Giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Reggio Calabria, all'esito di giudizio abbreviato, dichiarava P.D. colpevole, in concorso con + ALTRI OMESSI (separatamente giudicati), e con V.V. e M.C. (allo stato latitanti e anch'essi separatamente giudicati), dei delitti di tentata rapina pluriaggravata in danno della ditta 'Sicurtransport' (capo a), omicidio pluriaggravato in danno della guardia giurata R.L. (capo b), illegale detenzione e porto in luogo pubblico di una pistola marca 'Bernardelli' cal. 9 x21 con matricola abrasa, clandestina, e due caricatori, riforniti l'uno di tredici cartucce e l'altro di sette cartucce dello stesso calibro, di una pistola marca 'Beretta' cal. 9 con matricola abrasa, clandestina, rifornita di sette cartucce, e di una pistola marca 'Bernardelli' cal. 7,65 con matricola punzonata, clandestina, con caricatore munito di otto proiettili (capi c e d), nonchè dei reati di ricettazione aggravata delle armi in precedenza indicate (capo e), dell'autovettura Fiat Uno, targata (OMISSIS) (provento di furto commesso in (OMISSIS) in danno di D.A.), dell'autoveicolo 'Fiat mod. Doblò', targato (OMISSIS) (oggetto di furto commesso in (OMISSIS) in danno di C.D.), mezzi entrambi utilizzati per commettere il reato di rapina (capo g), e, ritenuta la continuazione tra i reati, lo condannava alla pena dell'ergastolo, dichiarandolo interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e in stato di interdizione legale; disponeva, inoltre, l'applicazione della misura della libertà vigilata per anni cinque.

Lo condannava, infine, in solido con gli altri imputati, al risarcimento dei danni in favore delle costituite parti civili.

2. Con sentenza del 3 marzo 2010 la Corte d'assise d'appello di Reggio Calabria, in parziale riforma della decisione di primo grado, concedeva a P.D. le circostanze attenuanti generiche da ritenersi equivalenti alle aggravanti contestate e, per l'effetto, rideterminava la pena allo stesso inflitta in anni venti di reclusione, limitava alla durata della pena lo stato di interdizione legale; confermava nel resto la precedente decisione.

3. Da entrambe le sentenze emergeva la seguente ricostruzione della vicenda processuale.

A seguito di segnalazione di una sparatoria con feriti effettuata alle ore 6,40 dell'1 agosto 2007, la Polizia accertava che vi era stato un tentativo di rapina ai danni di un furgone portavalori della ditta 'Sicurtransport'; nel corso della stessa veniva uccisa una delle due guardie giurate che lo scortavano, R.L., che veniva trovato riverso sul sedile lato conducente all'interno del furgone blindato, in sosta in prossimità dell'entrata di servizio e dello sportello ATM dell'ufficio postale. Rimanevano feriti anche alcuni dei rapinatori.

In particolare, nello spazio tra il furgone blindato portavalori e un furgone 'Fiat Doblò', targato (OMISSIS) (risultato rubato), che lo affiancava, veniva trovato F.G.B. a fianco del quale c'era il fratello S., che cercava di prestargli soccorso.

Nel medesimo contesto un passante, Pr.Fr., riferiva ai componenti di una volante di avere a bordo della sua auto una persona ferita, che gli aveva chiesto di essere soccorsa, perchè investita da un'autovettura. Il ferito, accompagnato in ospedale, risultava attinto da colpi di arma da fuoco e, a mezzo rilievi dattiloscopici, era identificato nel pregiudicato Ma.Ma..

Sul luogo del fatto venivano rinvenuti e sequestrati due pistole, una marca 'Bernardelli' cal. 9x21, completa di caricatore con tredici cartucce, e l'altra marca 'Beretta' cal. 9, completa di caricatore con sette cartucce, tre passamontagna, due paia di guanti, un telefono cellulare marca 'Nokia', un caricatore con sette cartucce calibro 9x21. All'interno del furgone blindato era rinvenuta la pistola marca 'Beretta' calibro 9x21, in dotazione a R.L., completa di caricatore a quindici colpi, vuoto, oltre a cinque proiettili dello stesso calibro. Altra pistola marca 'Bernardelli' cal. 7,65, con matricola abrasa, completa di caricatore con otto proiettili, veniva trovata all'interno del magazzino ortofrutticolo, ubicato nella stessa via (OMISSIS).

Nell'area della sparatoria erano repertati dal personale della Polizia scientifica sei bossoli cal. 7,65, undici bossoli cal. 9x21 e tre ogive.

Il lato sinistro del furgone portavalori risultava attinto da sei colpi di pistola cal. 7,65.

Il furgone Fiat 'Doblò' risultava intestato ad C.A., che ne aveva denunciato il furto l'(OMISSIS); l'auto Fiat Uno, targata (OMISSIS), rinvenuta nella diramazione n. 7 della stessa Via (OMISSIS), risultava intestata ad D.A., che ne aveva denunciato il furto il (OMISSIS); infine, l'auto 'Volkswagen' di colore nero, targata (OMISSIS), rinvenuta in sosta e con il motore acceso nei pressi dell'ufficio postale, risultava intestata a Cr.An., madre dei fratelli G.B. e F.S..

Dall'esame autoptico effettuato sul cadavere di R. risultava che la morte era stata causata da una grave anemia acuta metaemorragica da lesioni multiple a carico dei polmoni e del cuore, prodotta da un solo colpo, esploso a distanza, con arma da fuoco a carica unica (identificata in una pistola cal. 9x21), che, dopo aver attinto la regione laterale del braccio destro e averne attraverso i tessuti, era penetrato nella regione emitoracica destra, fuoriuscendo da quella sinistra.

Nell'immediatezza dei fatti venivano arrestati tutti gli imputati, salvo l'irreperibile M.C., presso la cui abitazione erano state rivenute tracce ematiche, e V.V., chiamati in correità da F.S..

Dalla ricostruzione operata da entrambe le sentenze emergeva, inoltre, che:

- a bordo del furgone Fiat Doblò, portato presso l'ufficio postale da G.F.G., c'erano F.G.B., Ma.Ma., P.G. e i due latitanti M. e V., tutti armati;

- oltre alle armi sequestrate, erano state usate altre due pistole, da cui erano stati esplosi i bossoli cal. 7,65 e 9x21, repertati;

- F.S. e P.D. erano appostati rispettivamente a bordo dell'auto 'Volkswagen', intestata alla madre del primo, e a bordo dell'auto 'Fiat Punto' targata (OMISSIS), intestata alla fidanzata del secondo;

- i tre rapinatori avevano sparato contro S. e R. e che quest'ultimo, per difendere se stesso e i valori affidatigli, aveva risposto al fuoco ferendone alcuni e restando mortalmente ferito da un proiettile sparato con pistola cal. 9x21;

- sul lato sinistro del furgone portavalori erano presenti sei colpi di pistola cal. 7,65, esplosi da breve distanza.

4. I giudici di merito ritenevano provata la responsabilità dell'imputato sulla base di un complesso di elementi probatori.

Dall'esame dei nastri delle due telecamere del sistema di video sorveglianza dell'ufficio postale nel periodo compreso tra le ore 06:40:34 e le ore 06:41:01 dell'(OMISSIS), che avevano filmato e cronometrate le sequenze dell'azione, risultava che il furgone portavalori era stato assalito da cinque uomini armati e travisati, e che, mentre una guardia giurata era fuggita, era stato ingaggiato con l'altra rimasta all'interno del furgone un conflitto a fuoco, nel corso del quale due dei cinque rapinatori erano caduti a terra feriti, altri due feriti erano riusciti a fuggire e il quinto aveva puntato la pistola contro il furgone.

Tali emergenze trovavano, ad avviso dei giudici, conferma negli accertamenti svolti nell'immediatezza, che consentivano di rinvenire, nello spazio compreso tra il furgone blindato e il furgone 'Doblò', F.G.B., gravemente ferito, assistito dal fratello S., e, nei pressi dell'ufficio postale, Ma.Ma. con una ferita al fianco, e permettevano inoltre di accertare che l'altra persona con ferite d'arma da fuoco, identificata in P. G., era stata ricoverata in ospedale, dove era stata accompagnata dal fratello P.D..

Venivano, poi, richiamate le dichiarazioni rese nell'immediatezza dei fatti da S.A., secondo membro dell'equipaggio del furgone portavalori, da B.C., da Ci.Mi.G., dipendente del negozio ortofrutticolo di Via (OMISSIS).

Quest'ultimo, in particolare, riferiva che quella mattina, poco dopo l'esplosione di colpi d'arma da fuoco provenienti dalla zona dell'ufficio postale, un uomo con il volto coperto dal passamontagna era entrato nel negozio, si era impossessato del suo cellulare e, uscendo, si era tolto il passamontagna che aveva gettato a terra.

L'uomo aggiungeva di avere notato che l'individuo aveva una macchia di sangue al fianco destro e portava i capelli quasi interamente rasati.

I giudici valorizzavano, poi, ai fini dell'affermazione di penale responsabilità, le intercettazioni dei colloqui, svoltisi in carcere tra G.F.G. e i propri famigliari tra il 2 settembre e il 9 novembre 2007, il contenuto dei tabulati telefonici delle utenze in uso ai vari protagonisti della vicenda, le dichiarazioni rese da F.S., da G.F. G., da Ma.Ma. e da P.G., nonchè le risultanze, anche filmate, dei ricoveri in ospedale di F. G.B., Ma.Ma., P.G..

Da essi risultava che Ma.Ma. era in possesso del cellulare sottratto al Ci. nel negozio ortofrutticolo di Via (OMISSIS), che P.G. era in possesso di un caricatore per pistola cal. 9x21, con tredici cartucce inserite, ed era stato accompagnato da una persona, poi riconosciuta in P.D. a bordo di un'auto, intestata alla convivente di quest'ultimo, Mu.L..

La chiamata in correità effettuata da F.S. trovava obiettivi e specifici elementi di riscontro. Presso l'abitazione di M.C. (risultato al pari di V. irreperibile) venivano rilevate tracce ematiche ricollegabili alla ferita dallo stesso riportata durante il conflitto a fuoco, documentata dai fotogrammi.

Dalla perizia balistica, effettuata con incidente probatorio, risultava che durante il conflitto a fuoco erano state utilizzate tre pistole, una in uso al R. cal. 9x21, e due, una cal. 7,65 e una calibro 9x21 (non rinvenute), diverse dalle tre pistole sequestrate e che i rapinatori avevano esploso dodici colpi, dei quali alcuni erano penetrati nell'abitacolo del furgone, due avevano perforato il sedile del conducente, dove era stato rinvenuto il cadavere del R., e uno aveva attinto mortalmente quest'ultimo.

5. Avverso la suddetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione, tramite i due difensori di fiducia, l'imputato, il quale, anche mediante il deposito di 'note d'udienza', formula le seguenti censure.

Lamenta carenza della motivazione, erronea valutazione delle risultanze probatorie, illogicità della motivazione, avendo i giudici omesso apprezzare: a) il contenuto delle dichiarazioni rese da P.G., che aveva escluso la conoscenza da parte del fratello delle finalità dell'incontro con gli altri individui; b) la circostanza che l'auto su cui il ricorrente si era posto in attesa era lontano dai luogo del fatto; c) il fatto che P.G., una volta giunto in ospedale, si era recato da solo al pronto soccorso; d) la breve distanza esistente tra il luogo di residenza dei fratelli P. e il luogo in cui avvenne il fatto; e) l'assoluta verosimiglianza delle ragioni addotte da ricorrente in merito alla sua presenza sul luogo del fatto. Osserva che la sentenza impugnata ha erroneamente attribuito rilievo a circostanze neutre da un punto di vista giuridico, mentre non ha considerato che l'imputato non ha fornito alcuna apporto alla commissione dei delitti e che manca anche qualsiasi nesso psicologico tra la condotta posta in essere e il fatto realizzato.

L'erronea ricostruzione della vicenda processuale con riferimento alla condotta concretamente serbata da P., all'oscuro delle ragioni sottese allo spostamento del fratello, incide anche sulla qualificazione giuridica del fatto, atteso che il ricorrente ha svolto un ruolo di mero connivente che ha seguito da estraneo e con presenza defilata sul luogo del delitto lo svolgimento della vicenda.

In subordine si sarebbero dovuti ravvisare gli estremi del concorso anomalo ai sensi dell'art. 116 c.p..

Denuncia, infine, violazione di legge e vizio della motivazione con riferimento alla individuazione della pena base e agli aumenti di pena irrogati per i singoli delitti riconosciuti in continuazione.

6. All'udienza del 9 febbraio 2011 dinanzi a questa Sezione, la posizione di P.D. veniva stralciata dal procedimento penale n. 31120/2010 a carico di F.G. B., F.S., P.G., Ma.Ma., G.F.G., per nullità della notifica dell'avviso di udienza al difensore di P.D., avv. Domenico Licastro.

 

Motivi della decisione

 

Il ricorso non è fondato.

1. Con riferimento alle prime due doglianze, il Collegio osserva quanto segue.

1.1. Il più stretto nesso psichico fra l'agente e il fatto è espresso dall'elemento del dolo, che secondo l'art. 42 c.p., comma 2, costituisce l'archetipo dell'imputazione soggettiva per l'attribuzione della responsabilità nella configurazione delle singole fattispecie incriminatici. Dalla definizione che di esso offre il successivo art. 43 c.p., comma 1, si evince che la struttura del dolo risulta normativamente caratterizzata non solo dall'elemento di natura intellettiva della previsione/rappresentazione, ma anche dall'ulteriore dato della volizione dell'evento. Per quanto riguarda in particolare l'aspetto della condotta, si avverte che, se per i reati a forma vincolata oggetto dei dolo è la condotta specificamente descritta nella norma incriminatrice, nei reati a forma libera - e cioè nelle fattispecie causalmente orientate - in cui il legislatore pone l'accento con espressioni come 'cagionare', 'determinare' e simili, piuttosto che sul tipo di azione, sulla produzione di un certo tipo di risultato naturalistico, la possibilità di imputare a titolo di dolo il fatto nel suo insieme postula che sia effettiva la volontà dell'ultimo atto causalmente idoneo a produrre l'evento.

Che la rappresentazione e la volizione debbano in realtà avere ad oggetto tutti gli elementi costitutivi della fattispecie tipica - condotta, evento inteso in senso naturalistico e nesso di causalità materiale - e non il solo evento causalmente dipendente dalla condotta lo si desume chiaramente, d'altra parte, dalla disciplina dell'errore sul fatto costituente reato contenuta nell'art. 47 c.p., comma 1, secondo cui siffatto errore, facendo venire meno il dolo sotto il profilo della indispensabile consapevolezza degli elementi essenziali della fattispecie, esclude la responsabilità dolosa e la punibilità dell'agente. Costituisce, invero, consolidata affermazione nella giurisprudenza di legittimità (cfr., da ultimo, Sez. 1, 19.11.1999, Denaro; Sez. 1, 11.2.1998, Andreotti; Sez. 1, 20.10.1997, Trovato; Sez. 6, 10.5.1994, Nannarini) quella secondo cui, in tema di delitti omicidiari, deve qualificarsi 'diretta' e non 'eventuale' la particolare manifestazione di volontà dolosa definita dolo 'alternativo', che sussiste allorquando l'agente, al momento della realizzazione dell'elemento oggettivo del reato, si rappresenta e vuole indifferentemente e alternativamente che si verifichi l'uno o l'altro degli eventi causalmente ricollegabili alla sua condotta cosciente e volontaria, sicchè, attesa la sostanziale equivalenza dell'uno o dell'altro evento, egli risponde per quello effettivamente realizzato. Il dolo eventuale, invece, è caratterizzato dal fatto che chi agisce non ha il proposito di cagionare l'evento delittuoso, ma si rappresenta la probabilità - o anche la semplice possibilità - che esso si verifichi e ne accetta il rischio.

Questa Corte ha poi costantemente affermato che la sola presenza fisica di un soggetto allo svolgimento dei fatti non assume univoca rilevanza, allorquando si mantenga in termini di mera passività o connivenza, risolvendosi, invece, in forma di cooperazione delittuosa, allorquando la medesima si attui in modo da realizzare un rafforzamento del proposito dell'autore materiale del reato e da agevolare la sua opera, sempre che il concorrente morale si sia rappresentato l'evento del reato e abbia partecipato ad esso esprimendo una volontà criminosa uguale a quella dell'autore materiale (Sez. 1, 11.10.2000, Moffa; Sez. 1, 11.3.1997, Perfetto).

Pertanto, la distinzione tra connivenza non punibile e concorso va individuata nel fatto che, mentre la prima postula che l'agente mantenga un comportamento meramente passivo, il secondo può manifestarsi pure in forme che agevolino la condotta illecita, anche solo assicurando all'altro concorrente stimolo all'azione o un maggior senso di sicurezza nella propria condotta, palesando chiara adesione alla condotta delittuosa (Sez. 6, 3.6.1994, Campostrini;Sez. 6, 4.12.1996, Famiano).

La circostanza che il contributo causale del concorrente morale possa manifestarsi attraverso forme differenziate e atipiche della condotta criminosa (istigazione o determinazione all'esecuzione del delitto, agevolazione alla sua preparazione o consumazione, rafforzamento del proposito criminoso di altro concorrente, mera adesione o autorizzazione o approvazione per rimuovere ogni ostacolo alla realizzazione di esso) non esime il giudice di merito dall'obbligo di motivare sulla prova dell'esistenza di una reale partecipazione nella fase ideativa o preparatoria del reato e di precisare sotto quale forma essa si sia manifestata, in rapporto di causalità efficiente con le attività poste in essere dagli altri concorrenti, non potendosi confondere l'atipicità della condotta criminosa concorsuale, pure prevista dall'art. 110 c.p., con l'indifferenza probatoria circa le forme concrete del suo manifestarsi nella realtà. 1.2. Il provvedimento impugnato ha fatto corretta applicazione di questi principi, in quanto, con puntuale richiamo alle specifiche risultanze processuali (dichiarazioni rese da F.S., P.G., G.F.G., Ma.Ma., riprese delle telecamere del sistema di videosorveglianza dell'ufficio postale e di quelle installate all'esterno dell'ospedale ove P.G. venne accompagnato, risultanze anche filmate dei ricoveri in ospedale di F.G.B., Ma.M., P.G., esiti delle attività di perquisizione e sequestro, rilievi tecnici effettuati nell'immediatezza del fatto e presso l'abitazione di M.C., risultanze della perizia medico-legale e balistica, contenuto delle intercettazioni svolte e dei tabulati acquisiti), ha evidenziato il concreto e specifico contributo volontariamente e consapevolmente fornito da P.D. alla commissione dei delitti. Esso è consistito nell'accompagnare il fratello armato nel luogo convenuto per l'incontro con gli altri partecipanti all'azione, anch'essi muniti di armi, nell'aspettare il fratello in prossimità della strada (OMISSIS), ove venne assaltato il furgone blindato portavalori, nel condurre, subito dopo il fatto, il fratello ferito davanti all'ospedale del pronto soccorso, allontanandosi subito dopo e comparendo nuovamente soltanto dopo che il familiare era stato ricoverato in reparto. I giudici di merito, con motivazione esauriente, immune da vizi logici e giuridici, hanno correttamente sottolineato l'apporto morale e materiale determinante fornito dall'imputato alla commissione dei delitti, prestandosi a trasportare il fratello in vista della consumazione dell'azione delittuosa accuratamente programmata e preparata, garantendo allo stesso e ai suoi complici un sicuro appoggio logistico mediante l'attesa in prossimità del posto previsto per l'assalto a mano armata e una pronta e sicura via di fuga. Il contesto temporale e spaziale del fatto in cui si colloca la condotta, causalmente rilevante, posta in essere dall'imputato e le complessive modalità di svolgimento della vicenda, caratterizzata dalla accurata suddivisione dei compiti tra i vari partecipanti e dalla minuziosa predisposizione di una grande varietà mezzi (armi, caricatori, munizioni in grande quantità, passamontagna, cellulari per mantenere i contatti), sono indicative della coscienza e volontà del ricorrente di aiutare il fratello Giuseppe e i suoi complici nella consumazione della rapina a mano armata e nella aggressione delle guardie giurate, prevedendo e accettando i prevedibili sviluppi letali dell'azione a fronte della reazione delle parti offese.

2. In tale prospettiva sono prive di pregio le censure concernenti l'omesso riconoscimento dell'ipotesi del concorso anomalo.

Elementi costitutivi della fattispecie descritta dall'art. 116 c.p. sono l'esistenza di un accordo al fine di commettere un reato concordemente voluto, la concreta commissione di un reato diverso e più grave di quello concordato, il nesso di causalità materiale fra la condotta attiva o omissiva del reato voluto e l'evento del diverso tipo di reato realizzato, il rapporto di causalità psicologica fra le azioni degli autori di entrambi i reati.

Secondo l'orientamento ormai dominante nella giurisprudenza di legittimità l'art. 116 c.p. non configurerebbe un'ipotesi di responsabilità oggettiva, inconciliabile con il principio di colpevolezza come interpretato dalla Corte costituzionale alla luce della regola della personalità della responsabilità penale di cui all'art. 27 Cost., comma 1 (C. cost, sent. n. 42 del 1965; v. sent. n. 364/88 cit.), bensì un'ipotesi di responsabilità a titolo di dolo rispetto alla condotta del reato-base voluto e meno grave (nel caso di specie la rapina) ed a titolo di colpa rispetto all'evento non voluto diverso e più grave (nell'ipotesi sottoposta all'esame di questa Corte, l'omicidio), consistente nella violazione delle regole di prudenza, 'per essersi il compartecipe imprudentemente affidato per l'esecuzione di condotta criminosa al comportamento di altro soggetto che sfugge al suo controllo finalistico'. La responsabilità per concorso anomalo sarebbe ravvisabile solo quando l'evento diverso e più grave di quello voluto dal compartecipe costituisca uno sviluppo logicamente prevedibile da un soggetto di normale intelligenza e di cultura media, quale possibile conseguenza della condotta concordata, secondo regole di ordinaria coerenza dello svolgersi dei fatti umani, non spezzata da fattori accidentali e imprevedibili.

L'applicabilità della norma soggiace quindi a due limiti negativi:

che l'evento diverso non sia stato voluto neanche sotto il profilo del dolo alternativo o eventuale, perchè in tal caso sussisterebbe la tipica responsabilità concorsuale ai sensi dell'art. 110 c.p. (Sez. 1, 7.3.2003, Benigno); che l'evento più grave concretamente realizzato non sia conseguenza di fattori eccezionali sopravvenuti, imprevedibili dall'agente e non ricollegabili eziologicamente alla condotta criminosa di base, e non si verifichi un rapporto di mera occasionalità idoneo ad escludere il nesso di causalità.

Nel caso in esame il provvedimento impugnato ha fatto corretta applicazione di questi principi, escludendo la configurabilità dell'ipotesi di cui all'art. 116 c.p. alla luce delle condotte realizzate da P. e dell'elemento soggettivo ad esse sottese, considerato che l'imputato si prestò volontariamente e consapevolmente a trasportare il fratello, armato, all'appuntamento con gli altri rapinatori, anch'essi dotati di armi micidiali, si trattenne in prossimità del luogo di svolgimento dell'aggressione a mano armata ben consapevole dei prevedibili sviluppi dell'azione lesivi dell'incolumità delle guardie giurate e della necessità di assicurare un'immediata via di fuga al familiare e ai suoi complici e di garantire loro qualunque forma di assistenza.

L'espressa adesione di P.D. ad un'impresa criminosa, consistente nella produzione di un evento gravemente lesivo, mediante il necessario e concordato impiego di micidiali armi da sparo, implicava, comunque, il consenso preventivo all'uso cruento e illimitato delle medesime da parte di coloro che erano stati designati come esecutori materiali, anche per fronteggiare le eventuali evenienze peggiorative della vicenda o per garantirsi la via di fuga. Ne consegue che ricorre un'ipotesi di concorso ordinario a norma dell'art. 110 c.p. e non quella di concorso cosiddetto anomalo, ai sensi del successivo art. 116, nell'aggressione consumata con uso di tali armi in relazione all'effettivo verificarsi di qualsiasi evento lesivo del bene della vita e dell'incolumità individuale, oggetto dei già preventivati e prevedibili sviluppi, quantunque concretamente riconducibile alla scelta esecutiva dello sparatore sulla base di una valutazione della contingente situazione di fatto, la quale rientri comunque nel novero di quelle già astrattamente prefigurate in sede di accordo criminoso come suscettibili di dar luogo alla produzione dell'evento dannoso (Sez. U, n. 337 del 18 dicembre 2008).

3. Per il resto non possono trovare ingresso in questa sede gli ulteriori rilievi della difesa che, pur denunziando formalmente una violazione di legge in riferimento ai principi di valutazione della prova di cui all'art. 192 c.p.p., comma 2, non critica in realtà la violazione di specifiche regole inferenziali preposte alla formazione del convincimento del giudice, bensì, postulando un preteso travisamento del fatto, chiede la rilettura del quadro probatorio e, con esso, il sostanziale riesame nel merito, inammissibile invece in sede d'indagine di legittimità sul discorso giustificativo della decisione, allorquando la struttura razionale della sentenza impugnata abbia - come nella specie - una sua chiara e puntuale coerenza argomentativa e sia saldamente ancorata, nel rispetto delle regole della logica, alle risultanze del quadro probatorio, indicative univocamente della coscienza e volontà del ricorrente di fornire un contributo causalmente rilevante alla commissione dei delitti di rapina aggravata, omicidio, detenzione e porto di armi da sparo, di parti di esse e delle relative munizioni, ricettazione.

La valutazione organica delle risultanze processuali è stata compiutamente condotta dalla Corte secondo un iter logico che, sviluppatosi in stretta ed essenziale correlazione con lo sviluppo decisionale della sentenza di primo grado, ha chiaramente argomentato, all'esito di una completa analisi del quadro probatorio, i singoli momenti della formazione della prova, illustrando e coerentemente giustificando i dati fattuali acquisiti e soffermandosi in modo analitico sulla posizione dell'imputato e sugli elementi probatori acquisiti a suo carico. La Corte di merito, infatti, che ha ampiamente riportato in sentenza i dati fattuali emersi e gli elementi probatori utilizzati, ha sottoposto a specifica e articolata analisi valutativa detti dati ed elementi, il grado di attendibilità delle fonti e la congruenza delle dichiarazioni rese, sviluppando, rispetto alla sentenza di primo grado, le valutazioni critiche alla luce delle deduzioni difensive fatte oggetto dei motivi di appello, cui ha dato adeguata risposta, e valorizzando puntualmente e logicamente il contenuto delle emergenze processuali al fine della identificazione delle condotte di ciascuno dei partecipanti alla delittuosa vicenda. E una valutazione congrua e ragionevole, che non ha sottovalutato deduzioni e censure, ma ha tratto dalla coerente lettura delle emergenze acquisite, alla luce dei principi di diritto che devono presiedere la valutazione del materiale probatorio, solide ragioni giustificative delle scelte operate e della valenza probatoria privilegiata riservata a specifici dati ed elementi.

4. Priva di pregio è anche l'ultima censura concernente la complessiva dosimetria della pena e gli aumenti di pena irrogati per i singoli delitti riconosciuti in continuazione.

Ai fini della determinazione della pena nel reato continuato, una volta individuato il reato più grave, l'aumento della pena per la continuazione può essere calcolato indifferentemente sia in misura globale sia facendo riferimento ad ogni singolo reato e collegando ad esso una frazione di pena. La distinta applicazione dei singoli aumenti di pena per i diversi reati satelliti, sebbene non sia vietata ed anzi sia utile, perchè rende meglio evidenti le ragioni che concorrono a formare l'aumento complessivo e rende più speditamente applicabili vari istituti penali, quali eventuali cause estintive dei reati o delle pene, tuttavia non è prevista nè richiesta dalla legge; sicchè l'indicazione, in materia unitaria e complessiva, dell'aumento di pena per i reati satelliti non cagiona irregolarità o nullità di alcun genere (Sez. 3, n. 12540 del 02 ottobre 1998; Sez. 3, n. 47420 del 17 settembre 2004; Sez. 1, n. 3100 del 27 novembre 2009; Sez. 5, n. 7164 del 13 gennaio 2011).

Il Collegio non ignora che le Sezioni Unite di questa Corte hanno statuito che è nulla in parte qua, perchè non consente il controllo sul buon uso fatto dal giudice del suo potere discrezionale, la sentenza con cui il giudice di merito, nel pronunciare condanna per più reati, determini la pena complessiva senza alcuna indicazione della pena stabilita per ciascun reato, di quello ritenuto più grave e dell'aumento per la continuazione (Sez. Un., n. 7930 del 17 luglio 1995). Al riguardo, però, osserva che l'omessa indicazione dei criteri di determinazione della pena, anche nel caso di riconoscimento della continuazione fra più reati, non determina una nullità di ordine generale. Più specificamente, non ricorre l'ipotesi prevista dall'art. 178, lett. c), che concerne l'intervento, l'assistenza o la rappresentanza dell'imputato. Non configura, neppure, una nullità specifica, atteso che il disposto di cui all'art. 533 c.p.p., comma 2, - secondo cui 'se la condanna riguarda più reati, il giudice stabilisce la pena per ciascuno di essi e quindi determina la pena che deve essere applicata in osservanza delle norme sul concorso di reati o sulla continuazione' - non è assistito da alcuna specifica sanzione processuale. Pertanto, in ossequio al principio di tassatività delle nullità stabilito nell'art. 177 c.p.p., l'anzidetta omissione configura, non già la nullità della sentenza, bensì una mancanza di motivazione in ordine alla determinazione della pena, che sottrae all'imputato il controllo sull'uso fatto dal giudice del suo potere discrezionale. E tuttavia, nel caso concreto, non è ravvisabile neppure il difetto di motivazione, avendo il giudice territoriale motivato il trattamento sanzionatorio, individuando, previa concessione delle circostanze attenuanti generiche dichiarate equivalenti all'aggravante di cui all'art. 576 c.p.p., comma 1, n. 1, in ventiquattro anni la pena base per il delitto di omicidio, applicando l'aumento complessivo di sei anni per gli altri reati avvinti dal vincolo della continuazione, riducendo, quindi, la pena di un terzo per la scelta del rito e rideterminando la durata dell'interdizione legale inflitta a P., fissata in misura corrispondente alla durata della pena.

Inconferente, infine, è il richiamo alla precedente sentenza di annullamento con rinvio, limitatamente al trattamento sanzionatorio, pronunziata da questa Corte il 9 febbraio 2011 nei confronti dei coimputati, atteso che essa riguarda una fattispecie diversa, relativa alla omessa quantificazione della pena per i reati diversi dal delitto di omicidio per il quale la sanzione era stata in concreto determinata in quella dell'ergastolo.

Per tutte queste ragioni s'impone il rigetto del ricorso cui consegue di diritto la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

P.Q.M.

 
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Avv. Antonino Sugamele

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