Farmacista vende latte in polvere scaduto da oltre due mesi.

Per La suprema Corte la dicitura (riportata sulla confezione di latte in polvere) secondo la quale il prodotto doveva essere consumato preferibilmente entro una certa data ha, effettivamente, una specifica rilevanza agli effetti della prova del reato: invero, é corretto il richiamo alla giurisprudenza di legittimità in base alla quale la commercializzazione di prodotti alimentari confezionati per i quali sia prescritta l'indicazione "da consumarsi preferibilmente entro il...", o quella "da consumarsi entro non integra, ove la data sia superata, alcuna ipotesi di reato, ma solo l'illecito amministrativo di cui agli artt. 10, comma settimo, e 18 del D.Lgs. n. 109 del 1992

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I genitori del bambino, dopo avergli somministrato il latte in polvere,avevano notato che lo stesso presentava dolori addominali e febbre;successivamente si accorgevano che il latte in polvere era scaduto. Indi portavano il bimbo al pronto soccorso dell'ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto, ove lo stesso veniva giudicato guaribile in otto giorni; tuttavia, a fronte del suggerimento di acconsentire al ricovero del piccolo in osservazione, i genitori rifiutavano, dichiarando di preferire che il bambino venisse seguito dal pediatra
di famiglia.
In estrema sintesi, la Corte peloritana ha ritenuto mancare la prova del cattivo stato di conservazione del latte scaduto (prova necessaria, poiché il reato di cui all'art. 444 cod.pen. é reato di pericolo concreto) e della riconducibilità dei
disturbi presentati dal bambino all'assunzione del suddetto alimento: prova che il giudice di primo grado aveva ravvisato in ossequio al principio dell'elevata probabilità logica, sulla base delle dichiarazioni dei genitori del bimbo e delle valutazioni espresse dal prof. Cardia e dalla d.ssa Cristaldi (consulenti di parte), i quali avevano ravvisato un "chiaro ed univoco" nesso di causalità tra la
somministrazione del latte - ritenuto di "indubbia nocività" - e le lesioni riscontrate sul bambino.

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